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Data: 30/05/2009
Testata giornalistica: Il Messaggero
Pil giù del 5%, disoccupati e cassintegrati verso il 10%. Draghi: «Riforme subito per uscire dalla crisi»

Allarme spesa pubblica: sale stabilmente oltre il 50% del Pil

ROMA Il governatore non ha dubbi: la riforma degli ammortizzatori sociali, ed anche quella delle pensioni, si devono fare, pur in una fase di crisi. È una posizione che non coincide con quella del governo, secondo il quale è più saggio attendere che la tempesta globale si sia placata. Per quanto riguarda gli ammortizzatori sociali, la Banca d'Italia ritiene però che non sia necessaria una rivoluzione: basterebbe rivedere il sistema attuale, migliorando i due principali istituti esistenti: cassa integrazione ordinaria e indennità di disoccupazione. Andrebbe poi aggiunta una forma di sostegno al reddito, di tipo europeo, per i lavoratori che oggi non godono di tutele. Viene suggerito anche il ricorso ad un credito di imposta, che in altri Paesi ha avuto il pregio di stimolare l'emersione dal sommerso.
Sulle pensioni, Draghi sostiene che l'incremento dell'età media effettiva di pensionamento servirebbe ad assicurare che i futuri trattamenti abbiano un importo più adeguato. In ogni caso però un intervento in campo previdenziale appare inevitabile anche per perseguire l'obiettivo della riduzione della spesa pubblica. Nel testo della relazione si specifica che «l'ampiezza della correzione richiede che si operi su tutte le componenti, inclusi gli esborsi per pensioni che rappresentano una quota significativa del bilancio pubblico e sono caratterizzati da una dinamica sostenuta».

ROMA Poche pagine, ma tanti numeri. Le quarte considerazioni finali firmate Mario Draghi affidano a cifre e percentuali una parte consistente dell'analisi della situazione economica globale, e di quella italiana in particolare. All'inizio dell'anno il governatore si era attirato qualche malumore per aver stimato nel 2 per cento la riduzione del Pil del nostro Paese nell'anno in corso. Oggi la previsione è di un meno 5 per cento. Numero abbastanza impressionante che però, come media per il 2009, segnalerebbe già un rallentamento della crisi rispetto al periodo peggiore. Perché il governatore segnala anche che nei sei mesi più neri, quelli che vanno da ottobre 2008 a marzo di quest'anno, il ritmo di caduta è stato del 7 per cento: vuol dire che la decrescita sarebbe di questa entità se per un intero anno le cose andassero male come in quel semestre.
I numeri della produzione si riflettono naturalmente su quelli dell'occupazione, e hanno già iniziato a farlo: se ai disoccupati veri e propri si aggiungono coloro che sono in cassa integrazione si arriva ad una percentuale della forza lavoro pari all'8,5 per cento. Percentuale che potrebbe salire oltre il 10. Il quadro di una situazione in peggioramento è completato da altre cifre: due quinti delle imprese con più di 20 dipendenti ridimensioneranno il personale entro l'anno, e nello stesso periodo scadranno i contratti di due milioni di lavoratori temporanei. Il tutto in un contesto di tutele insufficiente, visto che 1,6 milioni di lavoratori dipendenti e parasubordinati non hanno diritto ad alcun sostegno in casi di licenziamento.
Ma come stanno reagendo le imprese? Molte cercano di sfruttare la crisi per riposizionarsi sul mercato, ma questo non impedisce che si arrivi a piani di riduzione degli investimenti del 12 per cento, con punte del 20 nel settore manifatturiero.
La recessione si riflette naturalmente anche sui conti pubblici, in particolare attraverso il calo delle entrate fiscali. Nei primi quattro mesi di quest'anno l'Iva riscossa è scesa del 10 per cento, mentre per l'imposta sul reddito delle imprese si annuncia un calo a due cifre. Per quest'anno e per il prossimo il rapporto tra disavanzo pubblico e prodotto interno lordo viaggerebbe intorno al 5 per cento, quindi ben al di sopra della soglia del 3 per cento prevista dai Trattati di Maastricht. E queste difficoltà non saranno momentanee: il governatore spiega che il totale della spesa pubblica supererà quest'anno il 50 per cento del Pil, collocandosi ai valori più alti dal dopoguerra, ed è destinato a rimanere a questi livelli negli anni successivi, se non saranno presi provvedimenti per invertire la tendenza. Non è solo un fatto statistico, avverte Draghi: la conseguenza immediata di questo scenario è l'alta pressione fiscali destinata a gravare a lungo sull'economia.



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