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Data: 04/06/2009
Testata giornalistica: Il Centro
TERREMOTO IN ABRUZZO - «Ora ridateci la nostra città» Nella zona rossa oltre mille persone al corteo per la ricostruzione

Dalla Villa alla casa dello studente per deporre una corona di fiori Chieste modifiche al decreto Abruzzo

L'AQUILA. «Riapriamo le scuole. Ridateci le case. Riprendiamoci la città». Niente spintoni. Niente ressa, stavolta. Prima un comizio alla Villa. Poi un corteo muto lungo via XX Settembre. Una via Crucis alle stazioni della morte, da via Campo di Fossa alla casa dello studente. Nella seconda violazione collettiva della zona rossa da parte di un esercito di oltre mille persone, sfilano i superstiti. Angelo Bonura si appoggia alle stampelle mentre guarda la casa dove ha perso la moglie.
DESTRA E SINISTRA. Pochi uomini di destra, tra quelli delle istituzioni. Sul cassone del camioncino da dove parlano i politici è in minoranza, per l'appartenenza politica, Giorgio De Matteis. Tra la folla, poi, consiglieri comunali ed ex del centrodestra, tra cui Adriano Perrotti e Antonello Passacantando. Poi tanti sindaci, con le fasce tricolori, e nove gonfaloni. Alla manifestazione per la ricostruzione promossa dalla conferenza permanente (Provincia e Comune dell'Aquila, Comuni colpiti dal sisma, enti locali, rappresentanti istituzionali) il primo argomento è l'asserita connotazione politica della manifestazione. E se l'attacco più diretto al presidente del Consiglio dei ministri arriva da De Matteis (Movimento per l'autonomia), «allora vuol dire che non è una strumentalizzazione politica», dice il vice presidente del consiglio regionale. «Togliamoci la casacca che non serve a niente. Facciamo la zona franca politica e affrontiamo i problemi tutti insieme». Poi, in un crescendo di decibel: «In quei loculi di cemento, dove pensano di tenerci, noi non ci vogliamo andare. Noi vogliamo la nostra città e non un'altra. La città è nostra e questo non è né di destra né di sinistra». Chiarito che chi parla non è un oppositore, ecco la ricetta: «Zona franca sì, c'è anche a Rancitelli di Pescara, ma anche soldi dall'Europa con la misura 87.2.B. che vuol dire risorse aggiuntive per la ricostruzione. Ma serve la tassa di scopo. Dividersi serve a poco. Il nostro 6 aprile è l'11 settembre di questa regione».
SCUOLE, NIENTE SOLDI. Il sindaco di Rocca di Mezzo Emilio Nusca esce arrabbiatissimo da una riunione tra tecnici e amministratori. «Non ci sono soldi per le scuole. C'è un piano pluriennale per tutte le scuole della regione. Si parla di 200 milioni. Ma a settembre si riparte e toccherà a noi sindaci firmare le agibilità e prenderci la responsabilità. Una situazione insostenibile». E Dionisio Ciuffini, sindaco di Castelvecchio Calvisio, non può togliere gli anziani dalle tende perché aspetta il via libera della Protezione civile per occupare appartamenti agibili. Lucia Pandolfi sindaco di Montereale non molla sulla questione dell'esclusione dal cratere. Ci sono anche, tra gli altri, i sindaci di Campotosto, Villa Santa Lucia degli Abruzzi, Tione degli Abruzzi, Acciano, Ofena, Castel del Monte, Tornimparte, Lucoli, Barisciano, Prata d'Ansidonia, San Pio delle Camere, Sant'Eusanio Forconese. Dei loro mille problemi si fanno portavoce, dal palco, Stefania Pezzopane, presidente della Provincia e il sindaco Massimo Cialente. «Avevamo deciso insieme di stare qui, poi qualcuno si è pentito ma non fa niente. Non facciamo come nei film di Nanni Moretti, che si nota più chi non c'è che chi c'è», dice battagliera la Pezzopane. «Ho iscritto mia figlia alla Carducci e tanti hanno fatto come me. A settembre le scuole devono riaprire. Abbiamo voglia di tornare in centro, di prenderci un caffè dentro le mura, non vogliamo più stare nelle tende». Cialente confessa di essere stanco ma alza lo stesso il tono della voce: «Questo non è il terremoto dell'Abruzzo, per fortuna. È il terremoto di un pezzo di provincia dell'Aquila. E non si può pensare di ricostruire un capoluogo di regione, una delle 22 città d'arte d'Italia con il gratta e vinci. Servono soldi seri e sicuri. In questo terremoto non ce li stanno mettendo. Non siamo un terremoto di serie C. Se ci sono dieci miliardi di danni ci toccano tutti, né un centesimo di più né un centesimo di meno. Le seconde case, poi, vanno rifatte tutte, perché tengono vivi i piccoli Comuni. Per il centro storico servono almeno 3 miliardi: ci sono 1900 edifici tutelati. Non abbiamo soldi per gli stipendi dell'Asm. Quando vengono i sindacati nazionali glielo dico. Che faccio, vado a chiedere i soldi a Bertolaso come fa mio figlio per la pizza del sabato sera? Il decreto alla Camera si può cambiare. Le parole non servono: basterà che i deputati si facciano un giro in centro e capiranno da soli che l'Italia non può rinunciare a ricostruire un capoluogo di regione». Annuiscono i deputati Lolli e Legnini e i consiglieri regionali di centrosinistra.
I COMITATI. Sul camioncino sale un uomo senza fascia. Ettore Di Cesare (Rete Aq) parla a nome dei comitati di cittadini nati dopo il 6 aprile. Ne sono stati censiti 14. «La new town c'è già, visto che è stato fatto un Prg in dieci minuti per le case sparse. Una presa in giro. Stare otto mesi in tenda è intollerabile. Serve trasparenza. La Protezione civile deve pubblicare tutti i giorni quello che spende e come lo spende. L'emergenza costa 3 milioni al giorno e abbiamo il diritto di sapere dove finiscono i soldi. I cittadini devono partecipare alle scelte. Invece ci tengono all'oscuro e ci viene impedito anche di fare assemblee nei campi. Siamo pronti a una mobilitazione permanente con manifestazioni anche a Roma. Forti e gentili sì, ma fessi no».
I FIORI BIANCHI. Il corteo in fila indiana marcia in silenzio su via XX Settembre. A destra la vecchia redazione del Centro. A sinistra, all'angolo, via Campo di Fossa e il palazzo crollato. Più avanti la chiesa sfregiata di San Francesco di Paola e la casa dov'è morto Luigi De Iuliis, ex professore del liceo. Poi casa Cora, quindi la casa dello studente. Quando la testa del corteo si ferma per la deposizione di una corona di fiori («Non vi dimenticheremo»), la coda ancora non gira alla Villa. L'avvocato Angelo Bonura, ex vice sindaco, scampato alle macerie che gli hanno strappato la moglie, sta dritto sulle stampelle. «Sono passato dall'angoscia alla rabbia. Devo andare avanti per forza. Lo devo a mia moglie che prima di morire mi ha detto: "Salvati tu"». In via Rocca di Corno, tra stracci e materassi, foglie secche e carcasse di topi morti, una donna esce da un portone tenendo in mano un paralume.

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