ROMA - Silvio Berlusconi vuole seppellire lo scandalo con una netta vittoria ma, dopo aver lui stesso creato l'aspettativa di un risultato per il Pdl superiore al 40%, rischia un contraccolpo se dovesse fermarsi intorno alla percentuale (37,4) dell'anno scorso. Per Dario Franceschini il 33,2% delle politiche pare un traguardo irraggiungibile, dopo la crisi culminata con le dimissioni di Walter Veltroni: e ora intorno alla soglia del 27-28% si giocano il destino della leadership, gli equilibri del congresso, forse la stessa solidità del progetto del Pd. Pier Ferdinando Casini cerca di conquistare un segno più rispetto al 5,6 del 2008 per consolidare nella legislatura l'autonomia del Centro. E il segno più lo insegue anche Umberto Bossi (la Lega prese l'8,3%) per incrementare il potere di coalizione. Le elezioni europee, come sempre, avranno un peso sullo scacchiere politico e di governo. Chiuderanno una fase e ne apriranno un'altra. Contribuiranno anche le amministrative, aggiornando le mappe dei poteri locali.
La luna di miele di Berlusconi è durata a lungo. Nonostante la portata della crisi economica. Ora l'incantesimo sembra essersi rotto e il Cavaliere cerca il successo elettorale per far tacere le polemiche, per ridare forza all'azione di governo, magari per lanciare un suo disegno di riforma costituzionale. Il problema è che, da tempo, ha collocato molto in alto l'asticella del suo Pdl.
Peraltro il Pdl dovrà vedersela anche con gli alleati, a cominciare dalla Lega. Al Nord è aperta la battaglia per la supremazia territoriale. Bossi vuole il «sorpasso» in diverse province della Lombardia e del Veneto. Mentre in Sicilia il Mpa di Raffaele Lombardo (alleato alle Europee con la Destra di Francesco Storace) ha ingaggiato un vero e proprio conflitto, senza esclusione di colpi, mettendo in gioco lo stesso governo regionale. Nel 2008 Pdl e Lega presero il 45,7% dei voti. Al netto delle battaglie interne (a cui va aggiunta la competizione sulle preferenze tra ex Forza Italia ed ex An) bisognerà capire se l'alleanza Pdl-Lega raggiungerà o meno la maggioranza assoluta.
Ovviamente l'impegno del Pd è evitare che Berlusconi possa sbandierare quel 50%. Ma il Pd si gioca innanzitutto la propria esistenza. La «transizione» di Franceschini ha rasserenato il clima interno: Massimo D'Alema, emarginato nella precedente gestione, è stato tra i più attivi in campagna elettorale. Nel Pd la battaglia delle preferenze è ancora più dura che nel Pdl, ma sta anche aiutando il Pd a radicarsi e a rimescolare gli equilibri interni. 27-28% può diventare la soglia della conferma di Franceschini. Anche la lista degli eletti però peserà molto: chissà potrebbe anche imporre un'intesa congressuale con Pierluigi Bersani.
Il Pd metterà a tema del suo congresso la costruzione di un nuovo centrosinistra. Ma l'esito del voto non sarà indifferente. Antonio Di Pietro è un competitore minaccioso: un anno fa prese il 4,4% e oggi punta a rosicchiare di più al Pd. In realtà, gli interlocutori a cui il Pd guarda con maggiore attenzione sono da un lato l'Udc, dall'altro la Sinistra e libertà di Nichi Vendola. Il partito di Casini punta a consolidare la propria autonomia e per questo a crescere percentualmente rispetto ad un anno fa. Allo stato non c'è all'orizzonte dell'Udc alcuna alleanza politica, ma nei ballottaggi potrebbe maturare qualche intesa locale, soprattutto al Sud. Sinistra e libertà dovrà vedersela nel confronto diretto con la Lista comunista: il 4% è per entrambi un traguardo difficile ma c'è anche una battaglia sul primato a sinistra del Pd.