Ai sociologi, oltre che frugare nella spazzatura o studiare l'architettura urbana, di questo passo converrà calarsi come speleologi nelle viscere di umori profondi disvelati dalla quotidianità spicciola di talune memorie difensive nei procedimenti giudiziari. Un giorno in Tribunale a Milano si alza l'avvocato civilista della grande assicurazione: e, per cercare di ridurre l'indennizzo da liquidare ai familiari di un egiziano investito da un italiano, argomenta che «il risarcimento dovrebbe ispirarsi a criteri diversi a seconda che sia un cittadino straniero che vive in prestigiose città europee o in scenari africani», e ciò a motivo della «diversità del costo della vita». Un altro giorno si alzano i legali di un organismo di diritto pubblico come l'Azienda di trasporto pubblico milanese (Atm): e, tra le ragioni per sostenere che tre leggi non abbiano implicitamente abrogato il Regio decreto del 1931 che impone la cittadinanza italiana (oggi europea) per essere assunti, trovano pertinente rimarcare che il trasporto «involge delicati aspetti di sicurezza pubblica ed è particolarmente esposto a rischi di attentati», e quindi valorizzare «la notizia proprio di questi giorni sui giornali di 5 terroristi maghrebini che avrebbero organizzato un attentato nella metropolitana milanese prima delle elezioni del 2006». Come se la sicurezza dei bus dipendesse dalla nazionalità di chi li guida. Nonostante già ogni giorno, in analoghe aziende pubbliche, lavoratori stranieri puliscano treni, carichino bagagli sugli aerei, guidino camion di nettezza urbana. E a dispetto perfino del fatto che il presidente stesso dell'Atm in marzo avesse definito «antistorico» e «da rivedere» il Regio decreto. Ma sarebbe del resto inutile inforcare gli occhiali della razionalità per leggere la tesi delle «gabbie risarcitorie del dolore» o l'evocazione dell'emergenza terroristica pure alla guida del tram. Lì dentro, al di là delle intenzioni degli estensori, le carte forensi respirano l'aria che tira, nella quale maturano talune norme sull'immigrazione o certe dichiarazioni politiche sui sedili di bus da riservare ai milanesi doc. Urge una Rosa Parks (in toga da avvocato o magistrato che sia), che, almeno sul bus della giustizia, si rifiuti di cedere il posto del buon senso.