ROMA I toni sono distesi e garbati nel salottino allestito per Bruno Vespa dalla Federprogetti di Antonio Di Amato. Nella sostanza, però, le posizioni di Mauro Moretti e Roberto Castelli sono inconciliabili come possono esserlo quelle di un amministratore delegato chiamato a risanare i conti di un'azienda e di un uomo politico chiamato a governare ma inevitabilmente attento anche agli umori dei pendolari inferociti. Se l'ad delle Fs continua a ripetere il suo ritornello da mesi, chiedendo l'adeguamento almeno parziale delle tariffe italiane del trasporto regionale e un contratto di servizio che consenta di svolgere solo i servizi pendolari effettivamente pagati, il neoviceministro leghista alle Infrastrutture risponde che di aumento di tariffe si potrà parlare forse fra 24 mesi. «Ha ragione Moretti a lamentare un gap rispetto alle tariffe europee, prevalentemente per motivi storici - ha detto Castelli -. Se però ora noi andiamo a proporre un aumento delle tariffe, i pendolari ci corrono dietro con il forcone e questo a un politico non si può chiedere». Per Castelli «oggi la domanda è il 250% dell'offerta, che vuol dire che c'è un posto in treno per ogni due passeggeri e mezzo che lo chiedono». E l'affollamento produce anche ritardi molti forti per le soste èprolungate alle stazioni. Il percorso definito da Castelli è lineare: «Abbiamo dato alle Fs 980 milioni per comporare nuovi treni e organizzare un buon servizio nelle aree metropolitane. Ci vorrà del tempo per avere questi treni dai produttori, diciamo 24 mesi. Abbiamo anche fatto passare un disegno di legge che dà una durata di almeno sei anni ai contratti di servizio con le Regioni, consentendo alle Fs di scontarli in banca e farsi anticipare i finanziamenti. Prima si offre un buon servizio e poi si riparla di aumenti tariffari». Capitolo chiuso, si direbbe, almeno per ora. Salvo che Moretti non riesca a spuntare dalle singole Regioni qualche rinnovo contrattuale particolarmente favorevole. Magari sulla base del nuovo orario in vigore dal 16 giugno prossimo.