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Pescara, 26/04/2026
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Data: 14/06/2009
Testata giornalistica: Il Centro
Aracu: «Guardino pure nei miei conti» Il deputato accusato dal re delle cliniche: è il risultato di una brutta separazione

Ciprietti: «Non escludo che Angelini possa averlo detto un anno fa»

PESCARA. Sabatino Aracu prepara le contromosse, carte e documenti circostanziati per dimostrare quello che il parlamentare del Pdl, messo per la seconda volta sotto accusa dal re della sanità privata Vincenzo Angelini, sintetizza con una frase: «Questo è il risultato di una bruttissima separazione con tante problematiche dietro. Io sono sereno perché sono una persona perbene: vadano pure a controllare i miei conti, vedranno solo i debiti che ho». Di quei 500 mila euro in contanti, gioielli e regali che Angelini sostiene di avere consegnato a mano nella casa dell'uomo politico, afferma di non sapere nulla.
Di più non vuole dire Aracu, per ora. Ma all'origine dei suoi nuovi guai giudiziari ci sarebbe una vicenda personale amarissima, la fine di un matrimonio avvenuta due anni fa, e le dichiarazioni alla procura di una donna ferita. Da questo racconto sarebbe partita l'inchiesta bis dei magistrati di Pescara che indagano sullo scandalo della sanità abruzzese, il procuratore capo Nicola Trifuoggi e i sostituti Giampiero Di Florio e Giuseppe Bellelli, che avrebbe portato alle nuove dichiarazioni di Vincenzo Angelini sul deputato azzurro su cui, adesso, potrebbero partire approfonditi accertamenti patrimoniali.
Aveva sostenuto la propria estraneità alle accuse, Aracu, anche un anno fa, il 15 luglio, quando venne ascoltato in procura per spiegare quella dichiarazione di Angelini: «Dopo la cartolarizzazione» aveva detto il Grande Accusatore, «ci vedemmo a Pescara, in piazza Salotto, e chiese due milioni di euro per l'acquisto della casa della figlia o del figlio e io gli dissi: vaff... a te e a chi ti ci ha messo». Davanti ai magistrati, Aracu si era difeso così: «Con Angelini ho avuto qualche contatto, ma non gli ho mai chiesto soldi né per me, né per i miei figli. Cartolarizzazioni? Mai viste nemmeno in cartolina».
«Aracu è una delle persone più spudorate che io conosca» aveva detto Angelini ai magistrati nel corso dell'interrogatorio del 6 maggio di un anno fa, «il suo discorso è stato: "Noi ti abbiamo dato quello che hai chiesto per la prima cartolarizzazione, ma adesso ci devi tu». Proprio in quella circostanza, Angelini avrebbe tirato in ballo il nome di Fabrizio Cicchitto, all'epoca presidente dei deputati del Pdl, indicandolo come «grande protettore» di Aracu, che in Abruzzo avrebbe rappresentato la sua corrente. A quelle dichiarazioni lette sui giornali, Cicchitto aveva replicato minacciando querele e affermando che dentro Forza Italia non esisteva alcuna corrente che facesse capo a lui.
A questo, fino a pochi giorni fa, sembrava circoscritto il ruolo di Aracu: un presunto tentativo di concussione. Invece, un anno dopo, il re delle cliniche torna a chiamarlo in causa con una scelta di tempi che solleva perplessità. Perché della presunta dazione di 500 mila euro al parlamentare non aveva parlato nel 2008, quando con una valanga di accuse mandò in frantumi la giunta di Ottaviano Del Turco? «Angelini non fa dichiarazioni strumentali: se qualcuno chiede, lui risponde» replica l'avvocato Sabatino Ciprietti, «può anche essere che lui avesse reso queste dichiarazioni già un anno fa. Non posso dire che l'avesse detto, ma non posso escluderlo». Non dice però, Ciprietti, se il suo cliente, nei prossimi giorni, sarà ascoltato di nuovo a palazzo di giustizia: «Da parte mia non ci sarà alcuna istanza».
La bufera che investe l'ex presidente del Comitato dei Giochi del Mediterraneo interrompe un lungo periodo di silenzio durante il quale i magistrati di Pescara avevano lavorato sottotraccia, cercando di riannodare i mille fili di un'inchiesta complessa che non è approdata ancora alla scoperta del «tesoro»: 15 milioni di euro di presunte tangenti che Angelini sostiene di avere pagato negli anni a esponenti famelici del centrodestra e del centrosinistra, i quali prima avrebbero accettato denaro in cambio di delibere che spianavano la strada dei rimborsi d'oro, poi lo avrebbero sottoposto a continue richieste di nuovi pagamenti.
Venuta alla luce la confessione che avrebbe dovuto rimanere segreta, la procura si trova ora costretta a ripensare le proprie strategie. «Andiamo avanti» è l'unica conferma che arriva dai magistrati del pool.

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