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Pescara, 26/04/2026
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Data: 20/06/2009
Testata giornalistica: Il Centro
Lavoro, persi 26mila posti in un anno. I dati Istat riferiti al primo trimestre del 2009. L'economista Mauro: ci aspettano due anni difficili

Abruzzo, la disoccupazione sale al 9,7%, cede l'export, Pil in caduta

PESCARA. Per la prima volta dopo 20 anni il tasso di disoccupazione dell'Abruzzo supera quello dell'Italia: il 9,7% nel 1º trimestre del 2009 contro il 7,9% a livello nazionale. È il dato più preoccupante tra quelli diffusi ieri dall'Istat.
Complessivamente gli occupati sono 595 mila, ben 26 mila in meno rispetto al primo trimestre del 2008 (erano 521 mila), mentre le persone in cerca di occupazione sono passate da 39 mila a 53 mila.
«Era difficile pensare che dopo la crisi economica e finanziaria che ha colpito l'economia mondiale vi potessero essere in Abruzzo segnali positivi», commenta l'economista Giuseppe Mauro, «ma colpisce il fatto che da noi l'occupazione subisce un calo molto più marcato e profondo».
Questo cosa significa?
«Significa che forse il momento peggiore della recessione è passato, però il momento della ripresa sarà molto più lungo e più lento rispetto a quanto ci aspettassimo. La crisi sta facendo molte vittime soprattutto tra le fasce più deboli della società abruzzese, penso a coloro che hanno prestato lavoro a tempo determinato, penso alla fetta non trascurabile della piccola impresa e soprattutto delle imprese subfornitrici che oggi sono a rischio sopravvivenza, perché diminuisce l'indotto delle grandi imprese».
Il dato sull'occupazione si inserisce su uno scenario già preoccupante, per esempio quello dell'export.
«Sì, l'export è calato nel corso del primo trimestre 2009 del 34% contro il 22% della media nazionale. Un export concentrato nei mezzi di trasporto per il 52%. Ma c'è anche il dato negativo del Pil, che una simulazione di Prometeia indica nel 2009 in calo del 5,5%, contro la media nazionale del 4,4%. Ora, poiché il dato nazionale è stato già rivisto e portato a circa -5%, c'è da prevedere per l'Abruzzo una diminuzione di oltre il 6%, che porrebbe la regione al primo posto in negativo come caduta tra le 20 regioni italiane. Non dimentichiamo infine la cassa integrazione che al 31 maggio 2009 aveva colpito 5 mila addetti. Però si profila, anche in virtù del terremoto, una domanda potenziale aggiuntiva che riguarderà 14mila addetti, ponendo la regione al 2º posto in Italia dopo la Lombardia, con un'occupazione che, non dimentichiamolo, diminuisce del 5% contro lo 0,9% italia e l'1,8% del mezzogiorno. Insomma, possiamo dire che l'Abruzzo sta soffrendo maggiormente rispetto ad altre regioni e sconta un effetto depressivo dovuto a una combinazione di aspetti congiunturali e strutturali».
Questi dati sono prima del terremoto. Dopo il terremoto cosa dobbiamo aspettarci?
«Avremo due anni difficilissimi: non solo il 2009 ma anche il 2010. Nelle simulazioni si dà alla media nazionale una crescita nel 2010 tra lo 0 e lo 0,4%, l'Abruzzo confermerebbe invece una caduta dello 0,8%. Solo nel 2011 è previsto per noi un +0,2%».
«Qual è il problema strutturale più grave?
«Certamente la sanità. Dal 2002 al 2007 la spesa per la sanità è cresciuta in Abruzzo del 17% contro il 6,8% della media nazionale. Questo incremento dei costi sta letteralmente prosciugando il bilancio della Regione, obbligando al taglio dei servizi e a un incremento della leva fiscale».
Qual è il livello di questo incremento?
«L'addizionale Irpef dal 2002 al 2007 è cresciuta dell'87% contro il 23% a livello nazionale. Per l'Irap l'incremento è stato del 17% contro una media nazionale del 9,8%. Se non si risolve questo problema non si potranno mai liberare risorse per il sistema produttivo».
Qui anche le banche dovrebbero giocare un ruolo, ma sembra che il sistema del credito fatichi a trovarlo».
«Non c'è dubbio che il deterioramento dell'economia tende a frenare i prestiti bancari. Il problema è che le banche in questa fase di incertezza debbono svolgere una funzione di ponte rispetto alle piccole imprese e garantire loro la liquidità per ripartire. Certo il sistema bancario non va forzato, perché all'aumento della domanda corrisponde un aumento di sofferenze, ma un'impostazione troppo ragionieristica può rallentare o compromettere l'uscita dalla recessione e, a ciclo concluso, danneggiare di più le banche».
Quale scelte dovrebbe fare la regione?
«Mai come in questo momento bisogna uscire dal vago e costruire un grande progetto sulla base dei nostri vantaggi competitivi e dei nostri punti di forza».

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