PESCARA. «Nu semm' nu, ma il successo di questi Giochi del Mediterraneo si spiega perché vu sete vu». Sono state tre le lingue ufficiali dei Giochi del Mediterraneo che si sono conclusi ieri sera a Pescara: italiano, francese e pescarese. A togliere ogni dubbio sulla terza lingua ci ha pensato Amar Addadi concludendo in dialetto pescarese - così come aveva cominciato - i Giochi sul palco del Teatro del Mare, con il mare punteggiato dalle luci delle barche alle spalle e, di fronte, uno dei simboli della città: la Nave di Cascella.
Gli applausi dei pescaresi si sono portati appresso quelli del resto del pubblico e degli atleti assiepati nell'area ritagliata sulla spiaggia fra la rotonda e il megapalco su cui con il titolo di White Mediteranean Closing Party, la festa bianca di chiusura dei sedicesimi Giochi del Mediterraneo. E' stato proprio Addadi, algerino, presidente del Comitato internazionale dei Giochi del Mediterraneo, a porre fine ufficialmente ai Giochi, dopo dieci giorni di competizioni, e a consegnare il testimone alla città greca di Volos dove, nel 2013 si svolgerà la diciassettesima edizione delle gare.
«Quando tornate nei vostri Paesi», ha detto Addadi in italiano, «raccontate a tutti la bellezza dell'Abruzzo e la dignità e la fierezza di quesata gente».
Ma prima di lui, era stato Mario Pescante, a far vibrare la corda dell'orgoglio cittadino e regionale. Il commissario straordinario dei Giochi, da avezzanese, non ha usato perifrasi: «Gente di Pescara, gente d'Abruzzo, ce l'abbiamo fatta».
«C'è malinconia», ha aggiunto Pescante, «perché si conclude una bella storia di sport ma anche di amicizia e solidarietà. Una storia a lieto fine per noi abruzzesi, nonostante il terremoto. Noi abruzzessi abbiamo vinto perché non sappiamo cosa significhi la parola impossibile. Viva l'Abruzzo rinato. Pescara, abruzzesi, non vi dimenticheremo».
Ma i discorsi e le mozioni dell'affetto sono stati solo piccoli granelli di sabbia nella distesa placida di una festa popolare che ha restituito i giochi alle strade della città dando loro una dimensione più umana, al di là dello stress agonistico e delle prestazioni da record. Una festa che si è svolta tutta in poco spazio (il cuore un po' dimenticato della città), quello che separa la spiaggia dal piazzale dove, verso le otto di ieri sera, è partito il corteo che ha vistro sfilare ciò che restava a Pescara dei 4.180 atleti delle 23 nazioni (un record per i Giochi del Mediterraneo) che si sono dati battaglia in circa 4.500 ore di gare.
Quando il corteo inizia lentamente a mettersi in moto lungo corso Umberto il sole timido del tramonto rompe per la prima volta il grigio di una giornata resa malinconica da una pioggia insistente. Gli atleti sono in fondo. Prima di loro c'è la fanfara che è preceduta dalle majorette. Una dozzina di ragazze in minigonna, con in testa bustine blu alla maniera delle cameriere di «American Graffiti», agitano pon-pon bianchi come le loro camicette.
Il bianco è il colore-tema della cerimonia. Tanto che gli organizzatori hanno chiesto agli happy few ospitati sulla tribunetta del Teatro del Mare di indossare qualcosa di bianco. Un invito accolto a intermittenza da vip e dirigenti sportivi. Si adeguono in pochi: il procuratore capo di Pescara, Nicola Trifuoggi, l'assessore regionale al bilancio, Carlo Masci (che arriva in total white come la moglie e i sei amici al seguito), il presidente del consiglio regionale, Nazario Pagano, e Mario Pescante (in completo di lino color panna). Mentre sono in blu (con cravatta rosa) Amar Addadi e il senatore pescarese del Pdl, Andrea Pastore. In giallo chiaro, il sindaco di Pescara, Luigi Albore Mascisa, che poi sul palco (fra qualche isolatissimo fischio) sventolerà la bandiera dei Giochi prima di consegnarla al suo collega di Volos, Alexandros Bulgaris. In completo senape, invece, si presenta il presidente della Provincia di Chieti, Enrico Di Giuseppantonio.
Ma il bianco conosce anche altre eccezioni. Per esempio, il turchese degli abiti lunghi indossati dalle 23 ragazze che, reggendo i cartelli con i nomi delle nazioni partecipanti, precedono le majorette. Su tutti vola lentamente l'Aerosculpture, un pallone aerostatico a forma di dirigibile, una specie di Zeppelin anch'esso bianco.
Ad attendere il corteo al confine fra corso Umberto e piazza Salotto sono tre acrobati sui trampoli, avvolti da palandrane bianche come i turbanti che hanno in testa e come la biacca con cui hanno trasformato in maschere i loro volti. Si muovono in circolo, i trampolieri. Se c'è un simbolo in ciò che fanno al pubblico sfugge. Ma gli applausi se li prendono pure loro.
La gente che è assiepata sulle transenne che dividono i marciapiedi dal centro della strada lungo il quale scorre il corteo ha voglia solo di godersi lo spettacolo. Alle loro spalle negozi e bar - una volta tanto - sono aperti anche di domenica pomeriggio.