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Data: 13/07/2009
Testata giornalistica: Il Messaggero
Primarie, la sfida-beffa di Grillo. Il Pd: «Non può candidarsi». La sortita del comico rilancia le critiche al modello di partito

ROMA - «Mi iscrivo al Pd e mi candido segretario». Beppe Grillo annuncia sul blog la sua sfida-provocazione per le primarie. Assicura che non è scherzo, anche se continua a scaricare sul Pd e i suoi leader una valanga di insulti. «Partecipo per rifondare un movimento che ha tolto ogni speranza di opposizione a questo Paese, per offrire un'alternativa al Nulla. Dalla morte di Berlinguer nella sinistra c'è il vuoto». Chiama inoltre il partito «Pdmenoelle», lo definisce «un mostro politico nato dalla sinistra e finito in Vaticano», sfotte Franceschini, Fassino e Veltroni, ha parole di simpatia solo per la Serracchiani, si propone di cacciare D'Alema e Rutelli che «hanno disintegrato l'Italia insieme allo psiconano».
Grillo non è ancora iscritto al Pd. Dice che lo farà presto. Entro il 21 luglio, data limite fissata dal regolamento interno. E assicura di avere già pronte le duemila firme di iscritti necessarie per la candidatura. Sarebbe uno scacco, una beffa per il Pd. Che il vertice del partito non ha alcuna intenzione di consentire. Già nel 2007, alle primarie che consacrarono Walter Veltroni, il Pd respinse le candidature di Antonio Di Pietro e Marco Pannella perché dirigenti di un altro partito. Ora quel vincolo è stato formalizzato nell'art. 2 (comma 8) dello statuto: Grillo è stato promotore di liste civiche antagoniste al Pd in molte città italiane, dunque, dicono in casa democratica, la sua iscrizione non potrà essere accettata. La candidatura di Grillo, come di qualunque altro outsider, avrebbe poi la soglia di sbarramento congressuale: solo chi supera il 15% dei voti degli iscritti (o il 5% per il terzo candidato) può accedere alle primarie. Ma consentire a Grillo ciò che fu impedito due anni fa a Pannella e Di Pietro metterebbe in ridicolo congresso e primarie.
Resta comunque il fatto che le regole del Pd fanno acqua da tutte le parti. Lo denunciano gli stessi protagonisti. Ieri Pierluigi Bersani ha spiegato all'Unità che il partito deve puntare innanzitutto sugli iscritti e ad essi va rimessa la decisione se tenere o meno le primarie, «altrimenti il Pd diventa solo un notaio, qualunque passante chiede di candidarsi, come se il Pd non ci fosse». Sembra quasi una profezia rispetto alla sfida-beffa di Grillo. Ma anche dal fronte di Franceschini, sulla carta meno critico verso le primarie, la chiusura al comico genovese è totale: «Il Pd - dice Beppe Fioroni - non è un albergo a ore». Così anche Piero Fassino: «L'iscrizione di Grillo non è una cosa seria e non è accettabile».
Ma la sortita di Grillo segue solo di 24 ore lo strappo di Ignazio Marino, che ha denunciato la «questione morale» a partire dal caso del presunto stupratore romano, che era coordinatore di un circolo Pd. Anche in questa polemica sono state tirate in ballo le regole congressuali: Marino ha puntato il dito contro i meccanismi di cooptazione dei dirigenti e contro la corsa al tesseramento di questi giorni. Forse sullo sfondo della polemica c'è anche la complicata partita della segreteria regionale del Lazio. Ma di certo Marino interpreta più altri lo spirito delle primarie come una contesa in stile americano, senza preoccuparsi troppo del corpo del partito (più legato a Bersani e Franceschini). Insomma ormai tutti o quasi nel Pd mettono in discussione il modello di partito. La riforma però è tema di scontro tra Bersani e Franceschini.



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