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Data: 17/07/2009
Testata giornalistica: Il Centro
Pensioni, il sindacato si spacca. La Cgil al governo: «Sono norme inaccettabili, daremo battaglia»

Incontro dell'esecutivo con le parti sociali a Palazzo Chigi. Soddisfatto il ministro Sacconi

ROMA. Parte la riforma delle pensioni. Ieri a Palazzo Chigi si sono incontrati governo e parti sociali per discutere la riforma che verrà introdotta con un emendamento al decreto anti-crisi.
Due le novità fondamentali che sono state illustrate dal ministro del Welfare, Maurizio Sacconi. Intanto le donne dipendenti di enti pubblici andranno in pensione a 65 anni (ora il limite è a 60, ma già esiste la possibilità di prolungare il rapporto fino a 65 in modo volontario). La richiesta di equiparare uomini e donne del pubblico impiego era arrivata dalla Commissione giustizia dell'Unione europea. Dal 1 gennaio 2010 il requisito anagrafico viene incrementato gradualmente, di un anno ogni due, fino al raggiungimento dei 65 anni. Ovvero, negli anni 2010 e 2011 le donne andranno in pensione a 61 anni. Poi, nel biennio 2012-2013 dovranno averne 62.
Quindi nel biennio 2014-2015 bisognerà aver compiuto i 63 anni. Nel 2016-2017 le donne dovranno aver compiuto i 64 anni. Infine, nel 2018 quando la riforma andrà a regime, le donne andranno in pensione a 65, la stessa età ora richiesta per gli uomini. Secondo il ministro Brunetta, questo innalzamento dell'età porterà una minor spesa di 2,5 miliardi di euro per l'Inpdap (l'istituto che eroga le pensioni ai pubblici dipendenti. Questo provvedimento ha portato a qualche protesta, ma era tutto sommato atteso perchè fortemente voluto dall'Unione europea che tende a normalizzare i trattamenti nei diversi Stati membri.
Invece l'altra novità riguarda il possibile innalzamento dell'età pensionabile, per tutti, a partire dal 2015. Questo innalzamento dell'età verrebbe calcolato sulla base dell'aumento dell'aspettativa di vita calcolato dall'Istat. Insomma, se si vive più a lungo è giusto lavorare di più, sennò i conti dell'Inps saltano oppure ci saranno meno risorse per le attuali generazioni (questo, almeno, il pensiero del governo). Sacconi spiega che l'aumento dell'età sarà di 3 mesi (calcolato l'aumento dell'età media sui 5 anni precedenti). In effetti l'età media si sta alzando. Era a 72 anni nel quinquennio 1970-1975, è arrivata a 76 anni fra il 1985 e il 1990. E' salita a 78,8 anni fra il 1995 e il 2000 e adesso si è attestata a 80,4 anni. «L'aspettativa di vita - spiega Sacconi - si sta un po' riducento per la componente di popolazione immigrata o la parte anziana di essa». Come dire che è difficile, adesso, stabilire quale sarà l'aspettativa di vita nel 2015. «Si tratterà di un movimento in avanti impercettibile - garantisce il ministro del Welfare - ma intanto i mercati finanziari apprezzeranno la stabilità dei conti pubblici italiani».
«Le nuove norme non sono state decise per fare cassa - spiega, invece, Tremonti - ma per il bene del Paese. Il meccanismo darà garanzie e certezze sulle pensioni. Nel 2015 la "finestra mobile" non potrà slittare di oltre tre mesi». Possibilisti Cisl e Uil, mentre critico è il segretario della Cgil, Epifani: «Pezzo per pezzo si creano problemi e ingiustizie. Sono norme inaccettabili. Daremo battaglia. Bisognava affrontare il tema della previdenza in modo organico. Bisogna rivedere i coefficienti di trasformazione, che sono troppo bassi e vanno modificati per assicurare assegni dignitosi ai futuri pensionati». «Il tema è complesso e meriterebbe una discussione che non avremo neanche stavolta - dice Pier Luigi Bersani - perchè questo governo fa un decreto al mese, che si conclude con la fiducia all'ultimo minuto».

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