CHIANCIANO - Finché si parla di crisi e di globalizzazione, Giulio Tremonti e Guglielmo Epifani vanno piuttosto d'accordo. Le differenze, nel dibattito che anima la seconda giornata dell'assemblea programmatica Cgil, vengono fuori quando si entra nel merito di quel che il governo ha fatto e deve ancora fare per contrastare la recessione nel nostro Paese. Ma sono differenze che - per quanto forti - non incrinano il tono tutto sommato sereno della discussione tra i due: un po' per il passato comune (come ricorda Epifani, il giovane professor Tremonti fu collaboratore dell'ufficio studi della Cgil), un po' per la volontà del ministro di evidenziare i punti di contatto in una visione "sociale" della crisi.
Così alle preoccupazioni del segretario Cgil sulle prospettive dell'economia, e su quel che succederà in autunno, il ministro risponde invitando a fare «il più possibile insieme l'ultimo miglio» che ci separa dalla ripresa. E convergenze di un certo significato si intravedono anche sul delicato capitolo della previdenza, nonostante i disaccordi dell'oggi. Soprattutto, Epifani mostra di apprezzare un interlocutore che a differenza forse di altri nel governo non tiene ai margini pregiudizialmente la Cgil. Ed arriva a prevedere che Tremonti potrebbe restare sorpreso dalle aperture del suo sindacato, se si aprisse un qualche dialogo con l'esecutivo.
Sulla genesi e sull'evoluzione della crisi internazionale, l'analisi è largamente comune: a proposito della necessità delle regole, e dell'urgenza di tornare ad un sistema in cui non siano i mercati a guidare la politica. Anche sul ruolo dei fondi pensione chiusi, che hanno limitato i danni derivanti dal crollo delle Borse, i due parlano quasi all'unisono. Qualche brusio della platea si sente quando il ministro cita la social card, o quando sostiene che «al Sud non è stato sottratto un euro». Ma i brusii non diventano mai fischi o contestazioni aperte.
Certo, il ministro non dà risposte a tutti i temi posti da Epifani. Alla richiesta di raddoppiare la cassa integrazione in scadenza, replica limitandosi a confermare l'impegno a destinare, se necessario, più risorse agli ammortizzatori. Spiega la logica dell'intervento sulle pensioni, legato all'allungamento della speranza di vita: «Introduciamo un sistema che si stabilizza in automatico, senza toccare i progetti di vita delle persone, e non lo facciamo per fare cassa». Ma poi si dice disposto a discutere con la Cgil sul futuro previdenziale dei giovani precari.
Annuncia quindi la nuova misura per le piccole imprese che si ricapitalizzano, finalizzata a «non chiudere le fabbriche». Non si sbilancia sugli sviluppi della crisi, anche di fronte agli ultimi dati abbastanza favorevoli, ma cerca di spiegare che «vale la pena di fare l'ultimo sforzo». E alla fine sono applausi, non solo di cortesia.