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Data: 22/07/2009
Testata giornalistica: Il Centro
L'opinione - Un premier che mente altrove sarebbe già a casa di Gianfranco Pasquino

Quanto e quale spazio di privacy può rimanere alle donne e agli uomini che decidono di entrare in politica? La risposta è, in qualche misura, variabile, ma, in linea di massima, è inevitabile che la privacy di chi fa politica debba essere molto ristretta.
Ancora più ristretta merita di essere la privacy di chi ha usato delle sue qualità personali e dei suoi successi in qualsiasi settore non-politico per catapultarsi in cariche politiche di rilievo.
Questo è il caso, più clamoroso di altri, ma non unico, dell'impresario televisivo e del presidente dell'Associazione calcio Milan, Silvio Berlusconi. Le altre sue cariche - ancorché rilevanti per il monumentale conflitto di interessi fra ruolo pubblico di governante e attività private di imprenditore e azionista - contano meno per la sua visibilità e popolarità.
Ovunque, in tutte le democrazie liberali, soprattutto se anglosassoni, non soltanto il conflitto d'interessi è rigorosamente evitato, ma la sfera del privato dei governanti e dei rappresentanti è accuratamente, approfonditamente, continuativamente controllata.
Non si tratta né di invadenze né di interferenze né di puri gossip e neppure di scandalismo prezzolato, come vorrebbero fare credere i poco liberali propagandisti del Popolo della Libertà. Molto semplicemente, l'opinione pubblica, dagli Stati Uniti d'America alla Gran Bretagna, dalla Germania alla Scandinavia, ritiene che i comportamenti privati di coloro che la rappresentano e la governano debbono ispirarsi a due principi fondamentali.
Il primo principio è la dignità, gravitas direbbero gli anglosassoni. Le cariche pubbliche debbono essere esercitateda uomini e donne che sappiano dare un'immagine lusinghiera del loro paese, e non soltanto perché in questo modo il loro paese conta di più sulla scena internazionale, ma semplicemente perché è così che bisogna agire.
Il secondo principio riguarda la personalità stessa del detentore delle cariche. Qualche volta, naturalmente, l'esplorazione della vita privata inizia nel momento della candidatura a una carica pubblica.
Nelle democrazie, è giusto che gli elettori sappiano se i candidati che si preparano a votare hanno una vita turbolenta, fatta di attività deprecabili e magari di condanne.
Ci si può fidare di chi ha rubato e di chi ha mentito? E' pensabile che appena eletti si trasformino in rappresentanti e governanti irreprensibili?
Nel caso del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi appare evidente che i suoi comportamenti personali gettano un'ombra lunga e deteriore sulla dignità della sua carica di governante.
Il recente vertice aquilano del G8 è oggettivamente stato un successo che, però, non ha fatto dimenticare a nessuno degli altri capi di governo e alle loro opinioni pubbliche gli scandali che i quotidiani stranieri hanno ampiamente riportato soprattutto nella fase di avvicinamento all'appuntamento abruzzese.
Quel che più conta, o dovrebbe contare, adesso in Italia, è che il capo del governo mente e non intende rispondere dei suoi comportamenti. Altrove, sia la menzogna sia l'evasione dalle responsabilità portano - come dimostrano casi recenti in Inghilterra, di molto minore gravità, (rimborsi spese truffaldini e appena appena gonfiati) - a fulminee dimissioni.
Comunque, una chiarificazione pubblica appare, dopo le abbondanti dichiarazioni audio-video della escort Patrizia D'Addario, assolutamente non più rinviabile né eludibile.

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