ROMA Chissà cosa avrebbe detto oggi suor Silviana, la zia del premier, sorella del papà di Berlusconi, Luigi, alla notizia che il nipote prediletto ormai non si dichiara più «un santo». Anzi, ammette di avere molte umane debolezze. Sono lontani i tempi in cui il Cavaliere si definiva «unto dal Signore», gasato dai consensi elettorali. Ma era il 1994, l'anno della "discesa in campo", benedetta dalla zia suora, ancora viva all'epoca, che pure mise in guardia il nipote «dai rischi della politica». Suor Silviana, al secolo Bice Berlusconi, si è spenta nel '95 lasciando un vivo ricordo nel nipote, che non ha mai smesso di citarla. Tant'è che nella sua folgorante carriera ha attinto a piene mani ai Vangeli. Arrivando, non senza ironia, a paragonarsi perfino a Gesù Cristo.
Succedeva nel febbraio del 2006, quando davanti ad una platea di imprenditori di Ancona, Berlusconi si concesse uno sfogo, suscitato dai continui attacchi della magistratura contro di lui. «Io sono il Gesù Cristo della politica, una vittima, paziente, sopporto tutto, mi sacrifico per tutti», confidò non senza una punta di ironia con il pensiero rivolto ai giornali che, c'è da scommettere, titoleranno «Berlusconi si crede Dio». Però il Vangelo e le sue parabole continuano ad esercitare una forte attrazione sul premier che più volte arrivò a dipingersi come Cristo. Quando fu abbandonato dall'Udr di Cossiga, per esempio, ricordò che «anche Gesù ebbe tra i suoi apostoli un traditore e noi non siamo più bravi di lui».. E, durante la campagna elettorale in Sardegna, si lasciò scappare un «lasciate che i pargoli vengano a me», riferendosi a due ragazzi che gli chiedevano una foto insieme, condendo poi la frase con la solita previsione di una feroce ironia da parte della stampa. Tuttavia, ha sempre preso sul serio la sua missione di «predestinato», come rivela l'aneddoto che lui stesso ha riferito al Meeting di Comunione e Liberazione riguardo a don Giussani, che, a suo dire l'avrebbe definito «l'uomo della provvidenza perchè così ha voluto il destino».
Ma i tempi cambiano e anche la santità ha una sua parabola. E così il Cavaliere, dopo aver dichiarato nel novembre del '94 che «c'è qualcosa di divino nell'essere scelto, unto dalla gente» ed essersi definito «un santo» non solo per la dedizione al mestiere di presidente del Consiglio, ma anche per la scelta di andare a dormire presto, bollata comunque come «malinconica» durante il G8 di Tokyo nel 2008, ora ammette di essere «un po' birichino» e sì, «non proprio un santo». Gli italiani, assicura, «mi capiscono». D'altronde, nulla è più noioso della santità.