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Pescara, 28/04/2026
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Data: 25/07/2009
Testata giornalistica: Il Messaggero
Caso D'Alfonso, chiesto il processo per 26. Il pm Varone: tangenti negli appalti pubblici. Coinvolto anche l'imprenditore Carlo Toto

Passo in avanti dell'inchiesta su presunte tangenti negli appalti pubblici che ha decapitato l'amministrazione comunale di Pescara ovvero ha messo fuori scena il sindaco Luciano D'Alfonso, arrestato il 15 dicembre scorso e poi costretto a lasciare la guida della città il 5 genaio. Il pm Gennaro Varone ha infatti presentato - con un fascicolo di 46 pagine più una memoria di cento - la richiesta di rinvio a giudizio per i 26 personaggi coinvolti.
Come si ricorderà D'Alfonso non si dimise a gennaio, come la procura si aspettava che facesse, ma si dichiarò malato e impossibilitato a proseguire nel mandato: soluzione che consentì alla giunta di andare avanti fino a nuove elezioni sotto la guida del vicesindaco Camillo D'Angelo.
L'inchiesta è quella denominata in codice "Housework" sui lavori pubblici, e dunque comprende le vicende relative all'appalto dell'area di risulta e ai cimiteri cittadini, e sulla pubblicità istituzionale. Proseguono invece le indagini sull'urbanistica.
La parola passa ora al Gup che dovrà fissare il giorno dell'udienza preliminare.
I 26 imputati dovranno rispondere, beninteso ognuno a vario titolo, di reati quali concussione, corruzione, tentata concussione, peculato, falso ideologico, truffa, finanziamento illecito ai partiti, appropriazione indebita, turbata libertà degli incanti, abuso d'ufficio e favoreggiamento. D'Alfonso, il suo ex braccio destro Guido Dezio (oggi reintegrato nelle funzioni di dirigente al Comune), ed ancora Fabrizio Paolini, Marco Molisani, Giampiero Leombroni (ex dirigente dell'area lavori pubblici in Comune poi passato agli ordini di Carlo Toto), Luciano Di Biase, Marco Presutti, Antonio Dandolo, Pierpaolo Pescara e Vincenzo Cirone sono accusati anche di associazione per delinquere finalizzata alla commissione di vari reati contro la pubblica amministrazione e il patrimonio. Non solo politici o membri di staff, si diceva ma anche imprenditori tra i quali spicca il nome di Carlo Toto. Secondo quanto sostenuto dal pm Varone e insetrito nell'ordinanza del gip De Ninis, Toto avrebbe versato tangenti a D'Alfonso ovvero gli avrebbe sponsorizzato cene elettorali, messo a disposizione l'aereo privato per sè e i famigliari, e gli avrebbe concesso persino un'auto blu con autista al seguito per tre anni (D'Alfonso s'è sempre difeso dichiarandosi amico fraterno dell'allora patron di AirOne, rigettando così ogni ipotesi di concussione o corruzione). Dalle indagini risulterebbero passaggi di denaro, cioè presunte mazzette, fino ai sospetti sui lavori alla villa di D'Alfonso a Lettomanoppello.








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