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Pescara, 26/04/2026
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06/09/2009
Il Messaggero
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Pensioni, giù quelle di anzianità. Sono più che dimezzate le richieste di uscita dal lavoro rispetto allo stesso periodo del 2008. In sette mesi -57,5%, a fine anno per l'Inps un utile di oltre sei miliardi
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ROMA Voglia di lavorare oppure di non oltrapassare la linea fatidica che porta (almeno nominalmente) alla inattività? Comunque sia, sono sempre meno i lavoratori che decidono di andare in pensione prima dell'età di vecchiaia (oggi 65 anni per gli uomini e 60 per le donne). E' l'ultima fotografia scattata dall'Inps sul nostro sistema previdenziale. Un risultato che, alla fine di quest'anno, potrebbe portare l'Istituto a mettere in cassaforte un cospicuo risparmio di oltre sei miliardi di euro. Sono i numeri, come sempre, a disegnare la situazione: nei primi sette mesi del 2009 solo 68.000 persone sono andate in pensione di anzianità con un calo del 57,5% rispetto alle 160.000 che avevano optato per il pensionamento anticipato nello stesso periodo dello scorso anno. Dicono ancora i numeri che, praticamente, la platea si è più che dimezzata. Anche se si tratta di un dato non sconvolgente. «E' in linea con le previsioni», dice il presidente dell'Inps, Antonio Mastrapasqua. Che, evidentemente, nelle sue valutazioni deve aver tenuto conto che dallo scorso luglio sono cambiate le regole di accesso alla "anzianità": per i lavoratori dipendenti, infatti, saranno necessari 59 anni di età, ma anche una somma pari a 95 tra età e contributi. La cosiddetta "quota 95". E poi quest'anno potranno ancora uscire tutti coloro che hanno già maturato i requisiti da almeno sei mesi, quindi alla fine dell'anno scorso e con le vecchie regole (58 anni anagrafici e 35 di contributi). L'apertura della finestra ha ritardato le uscite che a maggio erano state calcolate intorno al 67%. Ovviamente, il brusco calo delle uscite stesse ha prodotto un rilevante calo nella spesa previdenziale che dovrebbe permettere all'Inps di chiudere l'anno solare con utili per 5,9 miliardi. Secondo Mastrapasqua il risultato potrebbe addirittura migliorare superando i 6 miliardi e 10 di avanzo finanziario. I 6 miliardi sono il frutto non soltanto del dimezzamento delle richieste di pensione, ma anche di altre "voci": l'aumento dell'aliquota contributiva voluta dal governo Prodi; la riorganizzazione dell'Istituto e la lotta all'evasione contributiva e al lavoro nero (7-8 miliardi, secondo stime dell'Istituto); la sanatoria per le badanti e le colf (700 milioni a regime); i maggiori controlli sulle prestazioni per le invalidità, con 200.000 verifiche straordinarie attese per fine anno e una quota di pensioni revocate tra il 12 e il 13% del totale (circa 25.000 in meno a fine anno). Nello scorso mese di luglio sono cambiate le regole per il collocamento a riposo rispetto all'età di vecchiaia (oggi 60 anni per le donne e 65 per gli uomini). Ma è possibile che in un prossimo futuro anche queste regole possano essere ritoccate, soprattutto sul versante del pubblico impiego e, in particolare, per le donne. C'è, infatti, una direttiva europea che chiede l'equiparazione tra i due sessi mentre per il settore privato l'operazione «non è all'ordine del giorno del governo», come ha puntualizzato il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi: «Non possiamo pensare, nel vivo della crisi che stiamo vivendo, di spostare in avanti l'età pensionabile». «Il buon andamento dei conti - ha commentato Giuliano Cazzola, deputato del Pdl e vice presidente della Commissione Lavoro della Camera - è la prova che il sistema ha tenuto, grazie anche ai provvedimenti e agli stanziamenti del governo. Le cose sarebbero state ancora migliori se il governo Prodi non avesse addolcito lo "scalone" appesantendo il sistema di 7,5 miliardi in un decennio».
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