La crisi economica ci mette spalle al muro, ci costringe a ripensare alle nostre debolezze: proprio per questo non deve essere un'opportunità sprecata. Be', diamoci da fare. Il 9 settembre il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto legge per la liberalizzazione dei servizi pubblici locali. Non perché si deve in qualche modo anche a me, ma credo sia cruciale costruire un consenso bipartisan sul tema. Ci abbiamo provato tante volte. Magari questa è la volta buona. Qualcuno potrà considerare frivolo o bizzarro dedicarsi ai servizi locali, mentre infuria la tempesta della crisi globale. È falso e sbagliato. Proprio in un momento come questo, il Paese deve cercare in sé tutte le forze per riprendere a creare ricchezza. In Italia c'è un settore potenzialmente davvero profittevole per il settore privato, che dà cattivi risultati e pessimi servizi agendo in regime di monopolio pubblico, e che potrebbe essere al contrario liberalizzato pigliando due piccioni con una fava. I due piccioni sono servizi migliori per gli utenti e un'intera nuova area di attività per le imprese private. La fava è la ritirata dello Stato. L'ambito è quello dei servizi pubblici locali. Che sono tanti, tantissimi, dal trasporto pubblico locale all'acqua. Ma tutti accomunati da un dato comune: la grande inefficienza. Si è molto discusso nei mesi scorsi se debba arrivare prima l'uovo (la privatizzazione) o la gallina (la liberalizzazione). Credo debbano andare assieme. È vero che alcune privatizzazioni senza liberalizzazioni sono state disastrose, hanno «passato» il potere di monopolio ai privati. Ma è altrettanto vero che liberalizzare mantenendo il controllo pubblico è nella migliore delle ipotesi una finzione. Perché è il controllo pubblico, è il grip della politica, il vero disastro delle imprese di Stato. Nel governo locale, come sempre in politica, conta la capacità di costruirsi un seguito. Siccome la società è vasta e plurale, un rappresentante che voglia presidiarla deve trovarsi dei «terminali» nervosi, persone che gli portano voti e consenso in diversi ambiti. Queste persone non lavorano gratis. Debbono essere gratificate. Come? Con posizioni di potere e guadagno, all'ombra dello Stato. Nella politica locale, questo significa: con posti nei consigli di amministrazione delle imprese municipalizzate. Posti che sono assieme politicamente salienti (si va a determinare l'offerta di servizi resa alla popolazione) e ben remunerati. Due piccioni con una fava anche qui. L'effetto però del presidio politico è un mare di disfunzioni. Chi sta in un cda marcando un'appartenenza è probabile sia meno attento alla governance dell'azienda. Analogamente, chi ha un mandato politico è difficile che pensi all'azienda come a una realtà che deve soddisfare dei consumatori per stare sul mercato. Le imprese pubbliche allora finiscono per essere inefficienti, e per evitare che facciano perdere le si instaura in regime di monopolio. È un circolo perverso, e l'Italia ha ampi margini per migliorare, come dimostra l'Indice delle liberalizzazioni dell'Istituto Bruno Leoni che mappa anno per anno le sacche di monopolio che sopravvivono nel nostro Paese. Le municipalizzate sono state fondate con fini nobili ma con una vocazione corporativa. Il loro monopolio si giustificava solo perché, a quei tempi, i privati non erano in grado di mettere in piedi un'alternativa concorrenziale. Ora lo sono, ed è il caso di lasciargli spazio. Perché la concorrenza possa fare quello che fa sempre. Migliorare l'offerta.
(*) docente di economia internazionale, senatore del Pdl e presidente della commissione Difesa