Massimiliano Randino, Antonio Fortunato, Matteo Mureddu, Davide Ricchiuto, Roberto Valente e Gian Domenico Pistonami sono morti. Tutti paracadutisti della Folgore. Due rientravano da una licenza, gli altri facevano la scorta. Tutti sarebbe tornati a casa nel giro di qualche settimana con il cambio di contingente. I due mezzi militari procedevano spediti, per quanto si può fare nel caotico traffico di Kabul dove le macchine fanno spazio per lasciar passare i veicoli militari. Si allargano come un'onda che si ritira. La gente ha paura di stargli troppo vicino, un po' per il nervosismo dei soldati che allontano tutti, un po' perché sanno che le autobombe puntano a loro. E così è stato.
Una Toyota bianca, come la maggior parte delle macchine degli afgani, guidata da un kamikaze si è lanciata verso i due veicoli. Non c'è stato niente da fare, se non sperare che il Lince, il mezzo considerato più sicuro al mondo, li proteggesse. Non è stato così, almeno per il primo mezzo che ospitava cinque militari. Centocinquanta chili di esplosivo sono una forza inarrestabile. Sul secondo mezzo sono rimasti feriti in quattro, non gravemente, mentre uno è morto, probabilmente il rallista, l'uomo alla mitragliatrice, che sta con il busto di fuori, il primo a essere stato colpito dall'onda d'urto dell'esplosione. Il caporalmaggiore Pistonami era uno di loro. Ventisei anni, di Orvieto, l'agosto scorso era già scampato ad un attentato, questa volta non c'è l'ha fatta. Eppure amava il suo lavoro. «Quello del mitragliere è il ruolo più importante in una pattuglia», ci aveva detto solo qualche settimana fa. Se era lui quello in ralla, deve aver visto la macchina arrivare.
Il boato ha fatto tremare Kabul. Ha buttato la gente a terra, fatto cadere un palazzo, distrutto decine di macchine e ucciso 15 civili, tra i quali donne e bambini, e ferito una sessantina di persone. Una voragine in mezzo alla strada a due passi da piazza dedicata a Massud, in pieno centro, dove ogni giorno passano migliaia di macchine e decine di mezzi militari, dove le donne passeggiano veloci con i loro burqa azzurri trascinando borse della spesa e gli uomini, coprendosi il viso dallo smog, si dirigono verso i loro appuntamenti.
Tra le macchine i bambini di strada che con i loro occhioni enormi e i vestiti sporchi chiedono l'elemosina o vendono fazzolettini di carta.
L'esplosione per un attimo ha fermato il tempo, poi le urla, le sirene, le ambulanze, la polizia che fermava il traffico brandendo pistole, pezzi di cemento che ancora cadevano. E il sangue. Sangue ovunque sulle mimetiche dei soldati carbonizzati, sui volti dei bambini che non avevano neanche la forza di urlare tra le braccia dei poliziotti afgani che li caricavano sulle autoambulanze. Lo shock, la paura, che ha scosso e schiacciato ancora una volta l'Afghanistan. «E' stato l'inferno», ha raccontato un negoziante, uno dei primi a rialzarsi e correre per prestare soccorso ai feriti. I militari sono arrivati subito, hanno transennato l'aerea, coperto i colleghi e amici con dei teli, fatto i rilevamenti per l'inchiesta che è stata subito aperta.
«Succede ogni giorno, oggi è toccato a noi. E' veramente triste - ci dice un soldato della Folgore -. Nessuno ha molte parole, E' la vita. E' il nostro lavoro», ma c'è amarezza nella voce, per le cose che non si possono dire come che «questa è una guerra», dove si cerca di ricostruire, ma soprattutto si deve ancora combattere. L'esercito afgano è troppo debole per farlo da solo e i talebani troppo forti, determinati e senza nulla da perdere, per poter essere battuti. «Escludo che si tratti di un attacco contro i militari italiani», afferma il generale capo di Stato Maggiore della Nato, Marco Bertolini. I talebani attaccano la coalizione, molti neanche distinguono le bandiere, per loro sono tutti nemici.
E poi Kabul è una roulette russa, un terno al lotto, non si combatte, si spera solo di non essere un bersaglio, ma lo si è. E' il quarto attentato dalle elezioni afgane, che si sono tenute un mese fa. Sono ovunque. «I loro attacchi sono vili, non ci affrontano, altrimenti gliela faremmo vedere», ci dice un altro soldato con la voce irata.
Ci sono strade che non si possono evitare, come quella piazza Massud a tre quarti dall'aeroporto da dove arrivavano i mezzi al quartier generale della Nato, sede dei comandi dei contingenti presenti a Kabul. Era lì che stavano andando gli italiani, quando il tempo si è fermato e la città si è ripiegata su se stessa e sui suoi morti. «Non dimenticheremo il sacrificio di sangue degli italiani - ha detto il presidente Karzai esprimendo il suo cordoglio alle famiglie dei militari e all'Italia -. E' un atto barbaro. Gli afgani non dimenticheranno mai e continueranno ad essere immensamente grati per il servizio che i militari italiani stanno rendendo a favore della pace e della sicurezza nel nostro Paese». Infatti ci sono stati per proteggere le sue elezioni e Karzai si è macchiato di tanti brogli per poter vincere da aver delegittimato tutto il processo che ha impegnato e messo a rischio la vita di migliaia di persone. Dopo un mese la sua rielezione non è ancora ufficiale e le polemiche esplodono quanto le bombe.
Intanto cala il silenzio al quartiere generale, la Nato esprime il suo cordoglio ma non fa scivolare la bandiera a mezz'asta in segno di lutto, il generale McCrystal, il neo capo delle forze Nato ha smesso di farlo. Altrimenti, probabilmente le bandiere starebbero sempre giù, ogni giorno militari della coalizione muoiono: 1.403 dall'inizio della guerra, la maggior parte americani e inglesi che hanno una presenza maggiore e combattiva nel sud del paese. Ma a Kabul non si combatte, si piange, ci si dispera, ci si sente sotto un mirino in mano ai talebani.
«Possiamo arrivare ovunque ha detto il portavoce dei talebani Mujahid Hayatullah rivendicando l'attentato -. L'attacco è stato compiuto da un eroe Amadullah dell'emirato islamico». Cordoglio arriva anche dagli americani: «A nome del presidente degli Stati Uniti e di tutto il popolo americano il più profondo cordoglio per la perdita dei militari italiani che hanno sacrificato la loro vita a Kabul. Il loro coraggio è un esempio dei migliori valori che esprimono le nostre democrazie», ha detto l'ambasciatore David Thorne.