L'AQUILA - La tecnocucina, le sedie di design, le siepi di rosmarino, l'armadio scorrevole, il salotto blu il televisore a cristalli liquidi le tende bianche le rose rampicanti lo spumante in frigo. Un tetto, il tetto, dieci cento mille tetti finalmente, via dalle tende via da Roseto dagli alberghi ostili dalla gente che una casa ce l'ha e a te non ti capisce più, perchè la solidarietà ha un limite, dura poco la solidarietà. Finalmente a casa, eccoci qui a Bazzano, la new town dell'Aquila ma per favore non chiamiamola così, le serrande senape e i panni stesi: ruspe al lavoro, si spianano strade si coltivano prati. Nuvole di polvere a Bazzano, è questa L'Aquila?
Sei mesi dopo. Entri e non è porta Napoli, nè Porta Roma nè Porta Castello, non ci sono piazze nè pietre nè chiese nè palazzi cinquecenteschi, ma almeno non è una tenda non è una casa che crolla. Il terremoto l'ha espulsa la borghesia cittadina, quella che poteva spendere ha speso ed è rimasta fuori città, lontano dalle scosse e dalle macerie ancora sulle strade. Bazzano, poi Cese di Preturo, eccole le nuove case degli aquilani, questa casa qui è stata realizzata con i contributi degli italiani, quest'altra col finanziamento della Banca d'Italia, com'è grande la generosità. «Finalmente a casa», dice Angelo Ciocca che ha 22 anni e fa il terzo anno di Ingegneria, quattro camere per sei persone, lui mamma papà le sorelle e la nonna, finalmente tutti insieme, finalmente all'Aquila. L'Aquila? «Noi stavamo a Pettino, ci sono crollate le case intorno. Per sei mesi siamo stati sparsi per l'Abruzzo, chi a Roseto chi a Pescara, ora per fortuna siamo tutti insieme. Ecco, adesso io mi sento cittadino d'Abruzzo». Il tetto, l'università, gli amici. «Gli amici è difficile, c'è solo una strada per incontrarsi, via della Croce Rossa, la sera stiamo tutti lì, non c'è neppure un campo di calcio». Un autobus a due piani, il double-decker rosso trasformato in pub, è lì che ci si vede, di giorno all'Aquilone, tutta l'Aquila si incontra là al centro commerciale. Poi i problemi di tutti i giorni, fare la spesa e andare da Bazzano a Pettino, prima dieci minuti adesso un'ora e mezza, oppure comprare un regalo, dove si compra un regalo all'Aquila?
Però che bello, quant'è bello chiudersi una porta alle spalle e sapere che è la tua, ora che c'è un tetto ma manca il futuro, ora si contano gli anni che ci vogliono: cinque per togliere le macerie ha detto il ministro Maroni, cinque solo per togliere i calcinacci ma come è possibile, e quanti allora per rifare L'Aquila, le piazze le chiese le case? «Certo stiamo qui, cinque chilometri per fare la spesa e ore e ore bloccati in macchina per attraversare la città. Ma se pensiamo che non ancora iniziano i lavori per le case "B", allora non riesco ad essere molto ottimista», dice Achille Aluigi che abitava di fronte al Duca degli Abruzzi e adesso sta qui a Bazzano. Inutile andare a caccia di identità in una città che non ce l'ha più, qui persino i vigili parlano un'altra lingua, «Se devi andà al Vaticano te lo sò dì, ma altro no: io sò de Roma».
E' ottimista però Sofia Matteis che aspetta i suoi due figli sul giardino di casa, a Cese di Preturo: uno va all'Itis un'altra alle Medie, e dopo sei mesi a Roseto in albergo, questa qui finalmente è vita. «Spero che anche la socialità riprenda, magari con la parrocchia, magari quando queste case saranno ultimate e finalmente piene di gente, piene di vita».
La porta è chiusa, la tragedia è rimasta fuori per un attimo, con i suoi trecento morti e le case distrutte e i vecchi che continuano a morire perchè il dolore uccide più lentamente e la speranza non regge più, solo con la porta chiusa è possibile parlare: bella la cucina legno e acciaio, troppo bella se in tanti sono ancora in tenda, e che città è questa dove i bambini vanno a scuola ma non hanno un campo per giocare, e le bimbe una palestra per imparare a danzare, e una piscina per nuotare, dove Piero e Manuela Di Carlo, papà e mamma giovani, non hanno più un posto per andare a bere un bicchiere il sabato sera, un ristorante, un corso per camminare, insomma una vita una qualsiasi oltre questa bella e inutile porta? «Casa e lavoro - dice Piero - Una casa bellissima, certo. Ma non ci piace questa lotteria del terremoto: a me una casa come questa e ai nostri amici, una coppia come noi con due figli come i nostri, niente». Sono qui con loro Barbara Grassi e Gianluca Redaelli, ogni giorno avanti e indietro da Sulmona, e a pranzo un panino in strada con i bambini. «Diciassettemila euro di mobili, qui dentro - racconta ancora Piero - sarebbe bastato meno, molto meno, e magari per tutti. Hanno fatto male la Pezzopane e Cialente a brindare con Berlusconi alla consegna delle case: avrebbero dovuto dire il brindisi no grazie, brinderemo quando anche l'ultimo aquilano avrà un tetto sopra la testa, quando anche l'ultimo cittadino sarà tornato all'Aquila».
Ma quante ne volete, non bastano le case e le tv lcd e gli armadi in rovere e lo spumante in frigo, è un'obiezione facile, è appesa sulle labbra di tanti, ma cosa volete, cosa volete di più.
Vogliono una città, vogliono un Paese dove non occorrano cinque anni per raccogliere le macerie, vogliono cominciare subito a ristrutturare le strade le case e le piazze. Vogliono un corso per incontrarsi, un bar per l'aperitivo, una colonna per appoggiarsi a chiacchierare e una piazza per scambiarsi gli auguri di Natale. Rivogliono L'Aquila, dov'era e com'era.