ROMA - «Io vado avanti con o senza il lodo Alfano». Silvio Berlusconi è un fiume in piena quando scende in via del Plebiscito e da un palazzo vicino, quello della Consulta, è arrivata, inattesa ed esplosiva, una sentenza che annulla il "lodo" che garantiva l'immunità penale alle quattro più alte cariche dello Stato, ma «viola il principio di uguaglianza ed è una legge ordinaria». Malgrado il colpo ricevuto, il premier si autoesalta: «Evviva Berlusconi!». Non vuole mollare, niente elezioni anticipate, andrà alla radio e in tv «a difendersi» e spiegare i processi.
Il Cavaliere attacca i «magistrati rossi», la Corte Costituzionale che è un organo politicizzato di sinistra e non di garanzia, e ingaggia un duro scontro con il Quirinale. Non era mai accaduto dall'inizio della legislatura. Se la Consulta è di sinistra, dice, ciò deriva da un fatto: «Il Capo dello Stato sapete voi da che parte sta!: abbiamo giudici della Corte Costituzionale eletti da tre capi dello Stato della sinistra che fanno della Consulta non un organo di garanzia, ma un organo politico». Parole che scatenano l'immediata reazione del Colle. «Tutti sanno da che parte sta il presidente della Repubblica. Sta dalla parte della Costituzione, esercitando le sue funzioni con un'assoluta imparzialità e in uno spirito di leale collaborazione istituzionale». Il premier non si sente toccato. Risponde a muso duro: «Non mi interessa quello che ha detto il Capo dello Stato, non mi interessa... Mi sento preso in giro e non mi interessa. Chiuso». Durante un collegamento a «Porta a porta» spiega le critiche a Napolitano: «Aveva garantito con la sua firma» che la legge sarebbe stata approvata. Così non è stato. Su Napolitano, «espressione della vecchia maggioranza di sinistra, ho detto quello che penso, non ho nulla da modificare sulle mie dichiarazioni che potrebbero essere anche più esplicite e più dirette».
Fa buio a Roma (metafora che sembra attraversare il mondo politico), quando Berlusconi, si incammina verso Palazzo Venezia per inaugurare con il Segretario di Stato vaticano, Tarcisio Bertone, la mostra sui «Santi Patroni d'Europa». Da un'ora il responso della Consulta, ferreo e determinato, proietta interrogativi sul futuro del Paese. Da un lato della strada arrivano echi di contestazione (ci sono stati 6 denunciati), dall'altro sventolano bandiere del Pdl e di Forza Italia. Berlusconi sembra quanto mai carico. Malgrado una prima reazione, a caldo, fosse intonata alla prudenza e al rispetto costituzionale. «Non posso non rispettare» questo responso, «la solidità del governo non è in alcun modo intaccata da questo pronunciamento». Sicuro che tutte le accuse «cadranno sotto il vaglio di magistrati onesti, indipendenti e ossequienti alla legge e alla propria coscienza».
Di fronte ai cronisti e alle telecamere, cambia registro. Si scaglia contro l'opposizione, la Rai e le toghe rosse. «Abbiamo una minoranza di magistrati rossi che sono organizzatissimi e che usano la giustizia a fini di lotta politica. Abbiamo il 72% della stampa che è di sinistra. Abbiamo tutti gli spettacoli di approfondimento della televisione pubblica, pagata con i soldi di tutti, che sono di sinistra e ci prendono il giro anche con gli spettacoli comici». Suggerisce la sintesi: «Meno male che Silvio c'è, perchè, se non ci fosse Silvio con tutto il suo governo che ha il supporto del 70 per cento degli italiani, saremmo in mano ad una sinistra che farebbe del nostro Paese quello che tutti sapete». Si sente galvanizzato: «Queste cose qua mi caricano, agli italiani li caricano, viva gli italiani, viva Berlusconi».
Garantisce che la bocciatura del lodo non sarà un problema per lui, né per il governo. Nutriva, da tempo, dubbi su una promozione della Consulta. «Io non ci ho mai creduto, perchè con una Corte Costituzionale con 11 giudici di sinistra, era impossibile che approvassero il lodo». Andrà avanti, con un'avvertenza: «I processi che mi scaglieranno nel piatto sono autentiche farse». E forse con un'altra frase («sottrarrò qualche ora alla cura della cosa pubblica per andare là, a sbugiardarli tutti») fa capire quali sono le sue reali intenzioni: andrà meno volte all'Aquila e Messina, ma frequenterà di più le aule di giustizia milanesi. «Andrò in Tribunale per difendermi, ma anche alla radio, in tv, sui giornali ed esporrò la sostanza di questi processi agli italiani, poi voglio vedere se ci sarà un collegio, come quello del processo Mills, tutto di giudici di sinistra, che avrà il coraggio di emettere una sentenza contro la realtà».
Ed a mezzogiorno, anche Bossi e Fini, incontrandosi a pranzo, avevano escluso conseguenze sul governo derivanti dalla sentenza. Il Senatùr ha chiarito: «Io e Fini non vogliamo le elezioni perchè dobbiamo fare le riforme. Altrimenti cosa andiamo a dire agli elettori?». Ma il capo leghista aveva paventato: in caso di bocciatura «trascineremo il popolo, sono i vecchi Galli».