ROMA. La Consulta ha bocciato il Lodo Alfano. Una bocciatura secca e senza appello arrivata alle sei di ieri sera in un clima politico di grande tensione. Un nervosismo reso ancor più tangibile dalle misure di sicurezza disposte subito dopo la lettura della sentenza attorno a Palazzo Chigi e Palazzo Grazioli, residenza di Berlusconi. Diverse strade sono state transennate e chiuse al traffico. Blindata via del Plebiscito, presa d'assalto in pochi minuti da capannelli di giornalisti e telecamere.
I quindici giudici della Corte costituzionale, presieduta da Francesco Amirante, hanno emesso il loro verdetto dopo aver trascorso in camera di consiglio l'intera mattinata e parte del pomeriggio. Un voto a maggioranza che si è concluso nove a sei.
Della sentenza che ha bloccato la legge sulla sospensione dei processi per le prime quattro cariche dello Stato ancora non si conoscono le motivazioni. Bisognerà attendere che il relatore Franco Gallo le metta nero su bianco entro i prossimi venti giorni. Ma il dispositivo mette chiaramente in luce il conflitto, ritenuto da più parti insanabile, fra le norme del Lodo e l'articolo 3 della Costituzione, quello che sancisce l'uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge.
Lo scudo giudiziario ipotizzato nell'articolo 1 del Lodo, secondo l'Alta corte, non è compatibile nemmeno con i contenuti dell'articolo 138 della Costituzione, quello che appunto disciplina le modifiche costituzionali. Di fatto, insomma, la Corte sembra indicare la strada e sostenere che per intervenire su tale materia non basta una legge ordinaria, ma sarebbe necessaria una legge costituzionale. Vale a dire una legge approvata in doppia lettura da entrambi i rami del Parlamento e poi votata a maggioranza assoluta dei componenti.
Per ora, tuttavia, quel che è certo è che la Consulta ha accolto le questioni di legittimità poste dal Tribunale di Milano con due diverse ordinanze mentre ha respinto il ricorso inoltrato dal gip di Roma sul congelamento delle indagini preliminari.
«Con questa sentenza la Consulta rinnega se stessa. Con questa sentenza si pretende contro la volontà popolare che il presidente del Consiglio, anzichè occuparsi dei problemi nazionali e internazionali, si preoccupi di processi evanescenti. Ma riprenderemo questi processi nella consapevolezza che un giudice super partes riconoscerà certamente l'estraneità di Silvio Berlusconi a qualsiasi ipotesi di reato», ha commentato l'avvocato Nicolò Ghedini prima di precipitarsi al vertice con il premier imputato a Palazzo Grazioli.
Attorno a Silvio Berlusconi, intanto, il governo fa quadrato. E in prima linea si è schierato il ministro Guardasigilli, Angelino Alfano. «È una sentenza che sorprende, e non poco, per quel riferimento all'articolo 138 che era assente nella sentenza del 2004 sul Lodo Schifani», ha detto Alfano. «Comunque non pensiamo di ricorrere ad una legge costituzionale perché questo aprirebbe la strada a un'immunità parlamentare che non è nei nostri programmi», ha aggiunto rinviando ad altra data la missione a Madrid prevista per oggi.
A tenersi fuori dalla mischia, invece, il vicepresidente del Csm Nicola Mancino che ieri ha dato annuncio del verdetto durante i lavori del plenum. «Non commento le sentenze della Corte», ha detto Mancino mentre più di un consigliere ha espresso soddisfazione per una sentenza emessa in piena autonomia e in linea con le precedenti.
«Attendiamo le motivazioni, ma allo stato emerge una dichiarazione di illegittimità tout court, senza se e senza ma», ha detto il consigliere togato dei Movimenti per la giustizia, Mario Fresa. «Credo che in questo momento un solo grido possa accomunare i cittadini di questa Repubblica di ogni opinione. E il grido è viva la Costituzione», ha esultato il consigliere laico Vincenzo Siniscalchi mentre Livio Pepino, consigliere di Magistratura democratica, prende atto «con grande sosddisfazione della capacità della Corte di resistere alle inaudite pressioni che ha subito».