ROMA. E' stata una giornata trascorsa in trincea e costellata di affermazioni esplicitamente violente, quella della Lega e di Umberto Bossi. Di mattina il ministro delle Riforme preme sulla Consulta riunita minacciandola «di trascinare il popolo, i vecchi Galli» nello scontro se dovesse bocciare il Lodo. Nel primo pomeriggio, al termine del pranzo con Gianfranco Fini, invia un ulteriore avvertimento ai giudici costituzionali di non azzardarsi a «voler sfidare l'ira dei popoli». Quindi, dopo la bocciatura del Lodo Alfano, lascia Palazzo Grazioli al termine di un lungo vertice con Berlusconi rassicurando i suoi elettori che «andiamo avanti, non ci piegano» e minacciando «guerra se bloccano il federalismo». Umberto Bossi trascorre così l'estenuante giornata romana in un crescendo di dichiarazioni incendiarie e senza limiti che creano allarme e preoccupazione nell'opposizione. Il leader della Lega riafferma in questo modo, anche a pezzi del Pdl, che il suo movimento è saldamente al fianco del presidente del Consiglio e non si presta a soluzioni di governo diverse o tecniche. Una sorta di guardia pretoriana del premier che in questi giorni ha comunque oscillato tra la minaccia di tornare alle urne e la conferma di lasciare le cose come stanno. La Lega vuole comunque trasformare le prossime elezioni regionali in un «giudizio di Dio»: si tratta di elezioni politiche e «le persone si esprimeranno su Berlusconi e lui le vincerà perché con alleati come noi come si fa a perdere» spiega Bossi.
All'ora di pranzo il ministro delle Riforme si incontra con Gian Franco Fini insieme al fido Calderoli, al figlio Renzo e al capogruppo alla Camera Cota. Un vertice a tavola per assicurarsi delle reali intenzioni del presidente della Camera. Dopo un'ora si infila nella residenza di Palazzo Grazioli per attendere con un trepidante Berlusconi la sentenza, inseguito dalle reazioni durissime dell'opposizione.
«Allucinante» dice Arturo Parisi, deputato Pd, che si chiede come si possa ancora «far finta di niente» e trattare Bossi «da minus habens». Qualcuno fermi il leader della Lega, chiede Marina Sereni e il segretario del Pd Franceschini giudica «intimidatorie» verso l'Alta corte le minacce bossiane. Bersani avverte che il popolo non ce l'ha solo la Lega e Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione bolla i leghisti come «quattro ciarlatani che non ci spaventano». Per Licandro (Pdci) bisogna vigilare di fronte a un attacco alla democrazia. Donadi dell'Italia dei Valori ricorda a Bossi di fare il ministro «e non Obelix». Sinistra e Libertà durante un sit in davanti a Palazzo Chigi dice che un partito del 10% non può permettersi «simili boutades».