«Da fuori non ci si può rendere conto, ma la nostra città è stata come bombardata e siamo ancora in piena emergenza» insiste il sindaco, Massimo Cialente, anche dopo la lettera agli sfollati, firmata con il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, e quando la terra trema ancora, come ieri mattina, alle 9.54, con una lieve scossa, di magnitudo 2, epicentro tra Fossa, L'Aquila, Lucoli e Ocre. Lo fa in un'intervista a Radio Radicale, durante la quale, ancora una volta, cita ad esempio le case B e C: «Si pensava che nel giro di 2 o 3 mesi avremmo risolto, ma, per una serie di problemi, lentezze burocratiche e un'idea che presumeva di risparmiare e che, invece, si è tradotta in disagi e aggravio di spesa, ci ritroviamo circa 7.000 famiglie ancora fuori casa. Diedi dei dati il 27 maggio che sembravano incredibilmente pessimistici, ma che ora si sono rivelati veri. Ho chiesto di cambiare metodologie, passando per una sorta di commissariamento dei condominii tuttora bloccati».
Resta anche il problema molto serio degli studenti (L'Aquila è la quarta città universitaria d'Italia). «Dobbiamo realizzare spazi comuni per i ragazzi, trovare gli alloggi sufficienti, i trasporti gratuiti - dice Cialente -. La città deve ripartire, ricostruire il tessuto economico e sociale». Ribadisce una proposta antica, quella della tassa di scopo per ricostruire il centro storico: «Per ricostruire gli edifici pubblici e beni culturali (la sesta città per palazzi vincolati) ritengo assolutamente necessaria una tassa di scopo, non si può affrontare il problema con i Gratta e vinci. L'unica persona che mi ha appoggiato è Mario Pirani. Con lo 0.17 dell'Irpef in aggiunta avremmo potuto disporre di circa un miliardo l'anno, anche se non l'avrei spesa. Non si possono fare questi grandi appalti senza una copertura finanziaria, non è possibile. Ho bisogno di avere una competenza se non cassa». Guarda più in là del momento contingente: «Bisogna evitare che accada ancora quello che è successo a Messina e all'Aquila. È necessaria una grande operazione, una "legge per la sicurezza" con cui una parte degli sforzi economici del Paese venga dirottata ai sindaci per la messa in sicurezza delle scuole e altri edifici pubblici».
Nonostante la "denuncia" della carenza di case e la rivendicazione "di averlo detto", Cialente diventa il bersaglio del consigliere regionale dell'Idv, Carlo Costantini, che, dopo aver sottolineato le mancate promesse del premier Silvio Berlusconi, accusa il sindaco di esserne diventato lo "scudo umano": «All'Aquila, addirittura, il sindaco Cialente del Partito Democratico si è fatto "scudo umano" di Berlusconi, assumendo su di sé la responsabilità delle promesse non mantenute e dei ritardi in una lettera appositamente scritta agli aquilani che, nei prossimi giorni, saranno costretti, senza alcun preavviso, ad abbandonare la città. Ormai si è superato il limite della decenza e non è più una questione di senso di responsabilità istituzionale, come piace ripetere a molti; all'Aquila c'è aria di inciucio!». Costantini riporta le dichiarazioni virgolettate del premier: «"Non costruiremo nessuna new town ed entro settembre nessuno abiterà più in una tenda"» e, poi, dice: «Oggi, a sei mesi dal terremoto, sappiamo che non una di quelle promesse è stata mantenuta e, anzi, ormai all'Aquila si respira aria di "inciucio". La situazione è la seguente: primo, Berlusconi non ha costruito una sola "new town", ma ne ha costruite 19; secondo, la settimana prossima migliaia di aquilani saranno costretti a uscire dalle tende, non per entrare in una casa, come era stato promesso da Berlusconi, ma per essere trasferiti in alberghi e in altre località distanti anche 100 chilometri dall'Aquila. In un paese normale questi fatti, oggettivi e incontestabili, sarebbero quantomeno raccontati e sottoposti al giudizio dell'opinione pubblica. In Italia no. In un paese normale, gli amministratori locali, costretti in questi mesi a subire tutte le scelte del Governo e privati di ogni potere decisionale, sarebbero nelle piazze, insieme ai cittadini e a tutta l'opposizione, a contestare questo fallimento e a rivendicare il diritto di decidere del futuro delle loro comunità. All'Aquila no».