BENEVENTO La promessa che, stavolta, «non finirà come nel '94», rappresenta per Silvio Berlusconi la risposta ai nemici del governo che si profilano (e non sono più all'orizzonte), dopo la bocciatura del Lodo Alfano. Vede indizi sparsi nelle Procure («vogliono coinvolgermi in fatti di mafia di 20 anni fa»), «frange politicizzate» di toghe si muovono di concerto con la Consulta «di sinistra» e certa stampa (giornali stranieri «imbeccati» dagli italiani in un «atteggiamento anti-italiano») che «sputtana il Paese». Ricorda quel che gli ha detto Bossi quando, prima di far cadere quel governo, venne chiamato dal presidente Scalfaro. Ovvero, «il Cavaliere è spacciato».
Un vaticinio scioltosi in breve tempo, visto che, sondaggi alla mano, «il 68 per cento degli italiani mi vuole». Se oggi, «stanno cercando di fare la stessa cosa» di allora, denuncia (per esempio, con la Consulta che ha «smentito se stessa» con un comportamento «sleale» verso il Parlamento) bisogna imprimere una svolta. Quale sia non l'ha detto, ma nei toni, nel ragionamento, questa sarà la sua prossima offensiva. E nel Pdl si parla di una possibile riforma della Costituzione, in senso presidenziale, (tempi, modi e passaggi parlamentari sono tutti da verificare), ma anche di una soluzione per far durare il governo per l'intera legislatura (l'obiettivo è al più presto una nuova legge salva-premier). Ecco uno dei passaggi più delicati sulla necessità di stabilità dell'esecutivo. «Dobbiamo trovare il modo di riportare il nostro Paese sulla strada di una vera e compiuta democrazia e libertà, dando la possibilità e l'assoluta certezza ai cittadini di eleggere coloro da cui vogliono essere governati e consentire così di governare il Paese per una intera legislatura». Non si può precipitare, aggiunge nella situazione del '92 e '93, quando i «giudici fecero fuori tutti i protagonisti della politica», «a un popolo che non conta niente, a una democrazia che non è più tale e ad un Parlamento sottoposto ad organismi politici, come la Corte costituzionale, che ha 11 giudici di sinistra». Il nodo è sempre lo stesso: «occorre chiarire i rapporti tra i giudici e le istituzioni».
E' deciso, più che mai, a «portare» a compimento la legislatura, poi, togliendosi la giacca, rimanendo in maniche di camicia, vuole già dare un segnale: «E' pronta la riforma del processo penale, con la separazione» dei Pm dai giudici, «è una riforma fondamentale». Ricorda che «in moltissime democrazie non c'è bisogno della norma contenuta nel Lodo Alfano, perché in Francia e in Inghilterra i Pm non sono autonomi e indipendenti, ma sono sottoposti al ministro della Giustizia e all'esecutivo». Poi vuole il sì alla legge sulle intercettazioni, affinché «la privacy e la riservatezza, che sono un bene primario dello Stato» non finiscano sui giornali. Chiede al pubblico di alzare la mano: tutti temono di essere stati intercettati.
Non attacca il Colle, ma le «toghe rosse» della Consulta. «E' un organo politico e non di garanzia». Rivede un fuoco concentrico sul governo che parte dall'editore di «Repubblica» («ha aperto una campagna di attacco al premier») e passa attraverso il Pd: «Sono ancora i vecchi comunisti di sempre. E' un partito che vide come leader outsider e carismatico, l'editore di Repubblica». E' ancora fresca la contestazione di Messina. «Di fronte a quelli che gridano "vergogna" e "assassino" durante la partecipazione ai funerali, c'è la grande consolazione di vedere l'Italia buona, vera come quella che hanno mostrato i volontari in Abruzzo».