Il segretario parte in svantaggio L'ex ministro di Prodi corregge D'Alema: gli elettori decideranno
ROMA. La sfida delle primarie si è ufficialmente aperta ieri con la convenzione del Pd che ha visto salire sul palco dell'hotel Marriot i tre candidati in corsa per la segreteria del partito. Bersani, Franceschini e Marino hanno illustrato i loro programmi alla platea.
Si sono sfidati sul terreno delle proposte per tornare a governare il paese, ma con toni e argomenti diversi.
In sala ci sono pochi leader. Prodi manda un lungo messaggio di incoraggiamento, Veltroni poche righe. Rutelli risulta assente per motivi di salute. Dopo un minuto di silenzio per le vittime di Messina, Anna Finocchiaro legge il messaggio di Napolitano che «ringrazia» il Pd per il sostegno nel duro scontro con il Giornale e nel salone scatta l'applauso.
Ma è proprio sull'applausometro che la convenzione dei democratici si accende. A far discutere è la standing ovation che accoglie i passaggi, le suggestioni forti, gli appelli coinvolgenti, che Dario Franceschini lancia dal palco e con i quali spera di ribaltare l'esito dei congressi di circolo, che vedono Bersani guidare la corsa con il 55,13 di consensi. Franceschini (fermo al 36,95%) prova a rilanciare e assicura che «indietro non si può tornare». Il segretario chiede il rinnovo del mandato per portare avanti un progetto di cambiamento e chiarisce che le alleanze saranno fatte solo sotto patto di lealtà: «Alle 15 sigle da Diliberto a Mastella diciamo no grazie, abbiamo già dato». Franceschini offre due garanzie: «Chiunque sarà eletto il 25 ottobre avrà il sostegno di tutti gli altri e se sarò eletto io, le prime persone che chiamerò a collaborare saranno Bersani, per le sue competenze economiche, e Marino, per quelle scientifiche». Ma l'appaluso più lungo arriva quando il segretario si lancia a testa bassa contro il Cavaliere: «È anti-berlusconiano o anti-italiano dire che è un ominicchio quello che offendendo Rosy Bindi ha offeso tutte le donne italiane?». I delegati scattano in piedi e applaudono per due minuti Franceschini e la Bindi, che siede nelle prime file e ringrazia commossa.
Un riconoscimento che nell'entourage del segretario viene letto come un «ribaltone» rispetto al risultato degli iscritti. I sostenitori di Bersani saltano sulla sedia. L'ex ministro, invece, non perde la calma e sul palco parla come un uomo di governo. Inizia attaccando Berlusconi e il suo populismo: «Non ha mai risolto un problema». Bersani parla di economia, di proposte per il paese. È pragmatico. Ribadisce che per vincere occorrono «alleanze ampie», sottolinea l'esigenza di organizzare il campo dell'alternativa, spiega che dal congresso dovrà partire un messaggio «chiaro e generoso» e chiede altrettanta generosità a «tutte» le forze dell'opposizione: «Dobbiamo riaprire il cantiere dell'Ulivo e penso che dobbiamo proporre già con il nostro congresso ampie alleanze per le prossime regionali». E se D'Alema mette in dubbio il valore delle primarie, lui corregge il tiro: «Iscritti ed elettori decidono. Noi ci atteniamo alle loro decisioni».
Il chirurgo-senatore Ignazio Marino chiede invece un «cambiamento radicale nel Pd», dice un no secco al nucleare, spiega che il metodo delle primarie deve essere adottato «sempre», rilancia il tema della laicità e non rinuncia a lanciare una freccia avvelenata contro i suoi concorrenti: «I nostri militanti non hanno idee così diverse tra loro, sono i gruppi dirigenti che litigano...».