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Pescara, 26/04/2026
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Data: 26/10/2009
Testata giornalistica: Il Messaggero
Primarie Pd, in 3 milioni ai gazebo. Vince Bersani. Franceschini: è un giorno di festa, continuerò a servire il partito. Effetto-Marrazzo: nel Lazio votanti giù del 20%

ROMA L'attesa finisce alle undici della sera, quando il leader uscente, Dario Franceschini, dichiara Pierluigi Bersani «nuovo segretario del Pd». E' l'ex ministro il vincitore delle primarie con oltre il 50 per cento dei consensi, secondo il suo comitato elettorale. Che diventa 48 % per lo staff di Franceschini. Una contesa sui decimali, che importa poco. Dario fa l'americano e riconosce pienamente l'affermazione «di Pierluigi», dicendosi pronto «a servire il mio partito come parlamentare e nel modo che sembrerà più utile». Perfetto stile stelle e strisce. Non ci sono recriminazioni, ma condivisione del progetto di rilancio del partito. «Questa non è una serata di delusione- sottolinea infatti Franceschini- è una serata di festa per tutto il partito perchè ha vinto il Pd».
L'atmosfera è euforica. Piovono abbracci e pacche sulle spalle. D'Alema telefona e si compiace «perchè è stata confermata la scelta degli iscritti che non sono marziani». Bersani annuisce e aggiunge: «Elettori e iscritti non sono mica razze diverse». Si brinda soprattutto al «grande successo delle primarie», che, ribadisce il leader uscente, «ormai sono un dato irreversibile dal quale non si torna indietro». Elettori e militanti del Pd hanno avuto fiducia, una volta di più, e in massa si sono messi in fila per scegliere il segretario. Alla fine saranno quasi tre milioni. E già questo, come sottolineano Bersani, Franceschini e Marino, «è per tutti un straordinaria prova di democrazia e un grande motivo di orgoglio».
Il trend inarrestabile di Bersani emerge subito, non appena comincia lo spoglio delle schede. «Siamo sopra il 50 per cento», esulta il suo comitato elettorale. «E' il 48», puntualizzano i franceschiniani. Si vedrà quando ci saranno i dati definitivi. E sempre stando ai primi risultati, Marino raccoglierebbe il doppio dei consensi rispetto al congresso. Una sorpresa. Ma, soprattutto, è la grande partecipazione a entusiasmare. Alle 17,30 si sfiorano i due milioni. In serata, il responsabile Comunicazione, Paolo Gentiloni, annuncia che «hanno votato quasi tre milioni di elettori, tutti molto esigenti». E i democratici ritrovano il sorriso. Solo nel Meridione si registra una flessione e così nel Lazio, forse per effetto del caso Marrazzo. Comunque, la prova è riuscita. E Franceschini, può definire la giornata «un grande test di democrazia per il Pd e per l'opposizione, ma anche per tutti i democratici». Anche Bersani si toglie la soddisfazione di precisare che «noi siamo la normalità. In tutti i Paesi democratici ci sono partiti che discutono, in trasparenza, sul proprio futuro e sui propri vertici. Solo noi abbiamo un partito con un padrone, ma è quella l'eccezione, noi siamo la regola- insiste- non facciamo i congressi per risolvere le nostre beghe, ma perchè pensiamo che nei partiti deve regnare la democrazia ed il confronto». E annuncia che la prima questione a cui si dedicherà «sarà il lavoro, che è il problema numero uno degli italiani e la prima sfida di cui si deve occupare il partito che penso io». E Marino, più che entusiasta della sua "performance" e fa notare che «lo straordinario dato dell'affluenza conferma la richiesta degli italiani di un profondo cambiamento» e si dice sicuro che «i miei temi su laicità ed etica, faranno parte del dna del partito».
Tra i tre sfidanti regna una gran soddisfazione. Intanto, perchè è stata sconfitta la rassegnazione rispetto a un futuro senza prospettive per il Pd. Ma anche perchè nel voto di ieri non ha pesato più di tanto l'effetto del terremoto Marrazzo, anche se nel Lazio c'è stato un calo dei votanti del 20 per cento rispetto alla consultazione che incoronò Veltroni leader e candidato premier. La flessione più importante a Roma, dove è più forte il voto d'opinione. In particolare, nelle periferie. Forse pesa l'assenza di un leader romano. Forse è prevalsa la disaffezione dopo la sconfitta subita prima da Veltroni e poi da Rutelli nella corsa per il Campidoglio.

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