ROMA - Fino all'ultimo ci ha creduto. Ha pensato davvero che un giorno sarebbe riuscito a rialzarsi, a uscire dal grande fango a testa alta, lasciando la Regione Lazio in modo differente. Fino a lunedì sera, malgrado i mal di pancia di parte del Pd e dell'Italia dei Valori (con Di Pietro che ripeteva «si deve dimettere subito»), Piero Marrazzo ha tentato di resistere, di aggrapparsi al certificato medico. Non per attaccamento alla poltrona, perché ormai il problema non poteva essere quello: non voleva andarsene da sconfitto, «abbiamo governato bene, mi ricorderanno solo per tutto questo fango», diceva. Nella notte fra lunedì e martedì non ce l'ha fatta più, si è sentito male. «Sofferenze estrema», dice Marrazzo descrivendo il suo stato.
L'addio. Ieri si è dimesso. Ufficialmente. Basta auto sospensione, basta con le dimissioni rinviate a fine novembre. Comincia ora il percorso verso le elezioni della Regione Lazio, con il vicepresidente Esterino Montino che ieri ha riunito di nuovo la giunta, ha letto la lettera di dimissioni, ha spiegato che saranno effettive da oggi (si riunisce il consiglio regionale). Montino ha ripetuto che «si tratta di una vicenda molto triste». «Marrazzo si è dimesso perché il suo stress, il suo malore, il suo malessere, sono veramente forti». «Siamo di fronte ad un impedimento che non è temporaneo ma si va consolidando come un impedimento più lungo». «E speriamo che ora il dibattito politico non si occupi più della sofferenza di Marrazzo».
La notte. Sofferenza estrema: nella notte le palpitazioni, la moglie e il resto dei familiari, gli amici più cari, che hanno voluto stargli vicino, capiscono: «Così non si può andare più avanti, nel tritacarne non puoi restare». Ieri mattina ancora calvario: ecco i giornali, continua la caduta nel precipizio cominciata con quella follia di luglio e con la debolezza di chi cede a un ricatto; di nuovo il grande fango, che non si ferma, anzi s'ingigantisce. La moglie non ha dubbi: Piero, basta. Dimissioni.
La fuga. Ha provato a fuggire, ad andare in macchina all'Abbazia di Montecassino dove restare tranquillo per un po' di giorni, ma anche il ritiro spirituale non lo avrebbe isolato dal mondo. «Ci sono i fotoreporter ad aspettarti», lo hanno avvertito. Allora ha fatto marcia indietro. Ma ormai Marrazzo aveva capito che la moglie aveva ragione. Doveva dire basta. Le forze per proseguire nel tormento del certificato medico e delle dimissioni a novembre, non ce le aveva più. Telefonate fra il suo staff ed Esterino Montino, lettera di dimissioni.
«Errori personali». La speranza, o forse l'illusione di Marrazzo, è quella di spegnere la luce, di restare solo, di non vedere ogni giorno sui giornali raccontata la parte peggiore della sua vita, come se tutto quello che un uomo ha fatto per cinquant'anni si riassumesse solo negli errori e nei vizi. La lettera arriva nel pomeriggio alla Regione e verso le 18 un Esterino Montino sempre più stanco la legge agli altri assessori, anche a quelli che avrebbero voluto le dimissioni subito, timorosi che prima o poi Marrazzo possa essere raggiunto da un avviso di garanzia. E' indirizzata al vicepresidente della Regione e al presidente del Consiglio regionale, Bruno Astorre, scrive Piero Marrazzo, o scrivono per lui i suoi collaboratori: «Le mie condizioni personali di sofferenza estrema non rendono più utile per i cittadini del Lazio la mia permanenza alla guida della Regione. Comunico con la presente le mie dimissioni, definitive e irrevocabili, dalla carica di Presidente della Regione Lazio. A tutti coloro che mi hanno sostenuto e a quanti mi hanno lealmente avversato voglio dire che, finché mi è stato possibile, ho operato per il bene della comunità laziale. Mi auguro che questo possa essermi riconosciuto, al di là degli errori personali che posso aver commesso nella mia vita privata». Firmato: Piero Marrazzo. Anche nel testo, fino all'ultimo, ma è un'impresa disperata, si aggrappa all'orgoglio per quell'esperienza alla guida della Regione Lazio. Orgoglio «al di là degli errori personali che posso avere commesso».
La caduta. Ecco, in questo orgoglio - che qualcuno potrebbe anche chiamare attaccamento al potere che aveva cominciato ad amare cinque anni fa - si riassume la follia della gestione di questa vicenda. Spiega perché si sia ricandidato pur sapendo che da luglio era finito nel mirino di un ricatto; spiega perché all'inizio dello scandalo ha continuato a parlare incautamente di «bufala». Spiega anche perché sabato pomeriggio, quando annunciò l'autosospensione, nel vertice di Villa Piccolomini rifiutò di dimettersi.
L'illusione. Torniamo a sabato pomeriggio: sui giornali il blob dello scandalo dei trans travolge tutto, anche le mezze verità di Marrazzo; a Villa Piccolomini incontra Montino e altri rappresentanti della maggioranza. Cosa fare? Le versioni divergono. C'è chi assicura che sia stato il Pd a indurre Marrazzo a una scelta parziale, il certificato medico e poi le dimissioni a novembre. «Sono stati spietati, è rimasto nel tritacarne». Ma c'è anche una seconda versione: Marrazzo non vuole dimettersi, non vuole andarsene da sconfitto, ripete a tutti che lui è una vittima. Si autosospende. Sta già malissimo, ma forse - irrazionale - in cuore suo spera di recuperare le forze, passata la tempesta, di ritornare alla guida della Regione per gli ultimi mesi di legislatura. Un'illusione. Marrazzo lunedì non ce l'ha fatta più. Dimissioni.
I trans Brenda e Natalie testimoni chiave: «I carabinieri ci pressavano per avere soffiate»
È il vice Montino a leggere la lettera: «Finché ho potuto, ho operato per il bene della comunità»ROMA - Brenda e Natalie, testimoni chiave di un'inchiesta che da Piero Marrazzo potrebbe portare a ben altri nomi. Un pentolone che, se scoperchiato, rischia di trascinare nel fango chissà quante altre persone. I carabinieri del Ros continuano a interrogare questi e altri transessuali e lo fanno perché, insieme con il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, credono che il mercato del ricatto sia molto più vasto. Sono in tanti tra i testimoni ascoltati a ricordare le visite di Marrazzo, ma anche molti altri a spiegare quanto i carabinieri indagati li vessassero, quanto cercassero attraverso loro di "incastrare" i frequentatori potenti. Ufficialmente la procura si affretta a smentire che esistano agli atti nuove vittime, oltre all'ex governatore del Lazio. Ma è difficile immaginare che soltanto lui sia stato l'obiettivo dei carabinieri indagati Se così fosse, del resto, i pm avrebbero ritenuto plausibile la tesi di un complotto ai suoi danni, mentre si delinea ogni giorno di più l'esistenza di una vera e propria organizzazione criminale dedita al ricatto e alle rapine, due in particolare subìte proprio dagli stessi trans, che venivano usati per coinvolgere i loro clienti vip.
Nel decreto di fermo e anche nell'ordinanza di custodia cautelare emessa nei confronti dei quattro carabinieri, si parla anche del danneggiamento delle auto dell'ex moglie, di Marrazzo e di altri familiari. L'episodio viene contestato ai militari ma loro negano di aver mai fatto una cosa del genere. E infatti sembrerebbe che siano stati gli stessi trans a cercare di distruggere le macchine, ma solo in esecuzione di un ordine che gli indagati avrebbero dato loro. Insomma, una sorta di organizzazione dedita alla preparazione di "dossier" o di materiale da utilizzare per estorcere denaro a vittime ignare. E allora non c'è da meravigliarsi se, continuando a indagare, la procura potrà arrivare a foto o ad altri video con protagonisti diversi dall'ex governatore. La conferma di questa ipotesi investigativa verrebbe anche da alcune ricostruzioni che sarebbero state fatte dai trans sentiti di recente dai carabinieri che parlano di immagini scabrose, di filmati realizzati a insaputa del cliente.
Sarebbe successo proprio questo a Piero Marrazzo, durante uno dei suoi incontri intimi negli appartamenti sulla Cassia, e cioè che qualcuno lo abbia ripreso a sua insaputa. È una tesi che secondo gli inquirenti spiegherebbe molte cose. Innanzitutto la possibilità che esistano due video che lo ritraggono, poi unificati in un unico cd e che il Ros sta continuando a cercare. Il primo sarebbe stato girato da Brenda, sebbene lei neghi tutto, durante un incontro. Forse faceva parte di un gioco erotico, perché insieme con loro ci sarebbe stato anche un secondo trans. Il ricatto nei confronti di Marrazzo sarebbe scattato proprio dopo quelle riprese e quando lui si è recato da Natalie, alla fine di luglio, per consumare un nuovo rapporto sessuale, avrebbe portato i cinquemila euro, disposti in mazzette, per farli dare ai suoi ricattatori. Probabilmente l'ex governatore non immaginava che si sarebbe trovato davanti i suoi carnefici, che lo hanno filmato di nuovo, in modo, forse, da poter alzare il prezzo.
E così si arriva al 19 ottobre quando Piero Marrazzo sa che le sue "debolezze personali" sono note ad altre persone. È il giorno in cui sul suo telefono riceve la chiamata del premier Silvio Berlusconi, il quale lo avverte che il settimanale "Chi" ha ricevuto in visione il video che lo ritrae in un incontro intimo con un trans. Per l'ex governatore della Regione Lazio è un duro colpo, ma ringrazia il presidente per la cortesia. Il premier gli fornisce le indicazioni dell'agenzia che ne è in possesso, è la Photo Masi di Milano, alla quale Marrazzo decide di rivolgersi alle 16 dello stesso giorno per tentare una mediazione. È ormai fuori di sé al punto che, invece di avvertire i magistrati, prova lui stesso a comprare il video. Carmen Masi, titolare insieme con il marito dell'agenzia, gli dà appuntamento per il 21 alle 20. Ma l'incontro sarà nell'ufficio di un avvocato, «perché le cose devono essere fatte bene». Pare si accordino su una cifra da pagare per avere in cambio il file, anche se poi la somma non verrà versata perché, nello stesso giorno, i carabinieri del Ros fermeranno Massimiliano Scarfone alla stazione Termini mentre sta prendendo il treno per Milano. È lui l'intermediario della trattativa, il raccordo tra uno dei carabinieri finiti in carcere e la Masi, per cui il paparazzo lavora da anni.
All'alba del giorno dopo, esattamente alle 4,15 i militari perquisiscono la famosa agenzia milanese. Vanno via alle due del pomeriggio, ed è la stessa titolare a consegnare loro il cd con il filmato "incriminato". Il 22 ottobre alle 16 vengono arrestati i quattro carabinieri della Compagnia Trionfale e scoppia lo scandalo. Fino a quel giorno, però, il video viene offerto a molte testate giornalistiche e arriva al direttore di "Chi", Alfonso Signorini, il 5 di ottobre. La Masi glielo dà in visione e resta lì per più di 15 giorni, finché il Ros non perquisisce anche la loro redazione e lo sequestra. Cosa succede da quel giorno fino alla data del sequestro? In quanti lo vedono? La telefonata del premier a Marrazzo taglia la testa al toro. «Non lo pubblicheremo mai - gli dice - Non se ne fa niente». Basta giochi al massacro.
Ieri, poi, la procura ha anche smentito che l'ex governatore possa essere indagato e, in uno scambio di dichiarazioni con il presidente emerito Francesco Cossiga, spiegano di non aver protetto nessuno, tantomeno l'ex presidente della Regione Lazio.