Assistiamo con il dovuto scetticismo alla ripresa del dibattito sulla liberalizzazione dei servizi pubblici. Dopo il Senato, toccherà alla Camera mettere il sigillo sulle nuove norme che dovrebbero regolare una volta per tutte il destino delle vecchie municipalizzate. In questi anni ci hanno provato in tanti, a destra e a sinistra, ma il risultato è quello che abbiamo tutti sotto gli occhi: le società municipali resistono, e con loro tutta una congerie di comportamenti e prassi che ricordano i vecchi tempi andati. Cosa ci fa pensare che stavolta sarà diverso? Solo un dato: la scarsità delle risorse finanziarie, che fu l'unico motivo per il quale nel 1992 il governo Amato scrisse quella finanziaria da oltre novantamila miliardi che cambiò il volto del nostro paese. A parte ciò c'è poco da sperare. Già la decisione di far retrocedere dall'obbligo della gara i servizi più appetitosi, ossia gas, luce e trasporto regionale, limita il grosso della partita al trasporto su gomma, che evidentemente in questa fase è quello considerato meno strategico, e quindi più facilmente sacrificabile. E questo porta direttamene a chi come noi si occupa di tpl. Se il futuro, come dicono, è quello di una messa sul mercato di almeno il 40% delle azioni ai privati, che otterrebbero anche la gestione, è evidente che tutto il settore va verso una costante smobilitazione, almeno dal punto di vista della politica. Affidare ai privati la gestione delle aziende pubbliche di trasporto significa in pratica esporsi alle cesoie e alle pratiche di persone che non hanno alcuna esigenza di gestire il consenso. Sarà interessante vedere come andrà a finire questa partita.