A proposito del dibattito aperto sul caso "Call Center" e sui temi della flessibilità/precarietà del lavoro vorrei raccontare la storia di due giovani donne, che conosco, e per questa via inserirmi nel dibattito. Alessandra, 31 anni, laureata in lingue brillantemente, conosce e parla tre lingue, ottima preparazione informatica, capacità organizzative e di relazione. Assunta, due anni fa, da un'azienda multinazionale a tempo determinato come Manager Junior (quadro); 1.500 euro mensili, 8 ore di lavoro al giorno. Non aspetta nulla dal Ccnl perché sa che non offre gratificazioni economiche né di carriera. Unica speranza è la partecipazione a progetti obiettivo aziendali, qualora l'azienda lo decida. E' demotivata si sente poco valorizzata rispetto alle proprie potenzialità, con poche prospettive. Carla, 27 anni, laureata, dopo vari lavoretti precari affonda faticosamente con un co.co.pro. in un'azienda di servizi come impiegata, 600 euro al mese senza ferie, malattie e maternità, 8 ore di lavoro al giorno dal lunedì al sabato e due ore di macchina per raggiungere l'ufficio. Il suo lavoro la interessa, impara molte cose tanto che i dirigenti e i capi, nel mese di agosto vanno in ferie e lasciano l'ufficio nelle mani di Carla. Tutto bene, ma Carla continua a percepire 600 al mese, senza ferie, malattie, maternità. E' demotivata si sente poco valorizzata e sfruttata, con poche prospettive. Di storie come queste il nostro Paese è pieno; giovani vite nel pieno delle proprie capacità lavorative, che soffrono per le proprie prospettive, il proprio futuro.Da qui alcune considerazioni: 1) L'Unione Europea, anche su sollecitazione di tante imprese, investe risorse sulla società della conoscenza. Un'intera generazione di ragazzi e ragazze sta crescendo su questo imput. La domanda che bisogna farsi è cosa ne faremo di questi giovani da qui a qualche anno? A costoro che hanno seguito la strada da noi indicata cosa offriremo? Busseranno alla porta e noi risponderemo di accontentarsi di un co.co.pro. di 600 euro senza diritti o di 1.500 euro (bene che va) a vita naturalmente? Non credo che questo sia sufficiente rispetto all'impegno richiesto e questo ogni persona di buon senso lo comprende! 2) In molti settori dell'economia italiana (non solo Call center) si annidano fenomeni di "Dumping commerciale", come denunciato dall'ex presidente della Assocontact (Associazione delle "aziende di contatto" aderente alla Confindustria); per cui in assenza di regole trasparenti, a sostegno di un nuovo e solo libero mercato, si affermano le Aziende "furbe" che sfruttando il lavoro nero, precario, offrono prezzi stracciati spezzando le Aziende virtuose. Cosa rispondiamo a queste ultime? Fatevi furbe? O sbaraccate e andate all'estero? Non mi sembra francamente una politica lungimirante, né tantomeno vincente! Anche questo ogni persona di buon senso lo comprende! 3) Nei Paesi più avanzati d'Europa (Scandinavi) da anni è stato affrontato il tema della flessibilità del lavoro. Brillantemente superato e ampiamente condiviso dai giovani perchè alla flessibilità è stata realizzata una politica di sicurezza che ha consentito ai giovani di rendersi flessibili ed a crescere insieme all'impresa. E' impossibile creare tutto questo in Italia? Se si abbandona il "senso civico" di berlusconiane ispirazioni e si sostiene il "senso civico", sollecitato da un autorevole studioso, penso che non sia impossibile. Si tratta di fare ognuno la propria parte: la Politica, il Governo, le imprese, i sindacati. Il governo Prodi sta scegliendo la strada del rigore e contestualmente della crescita; si tratta di sostenere le aziende sane con quella fiscalità di vantaggio ideata dal Ministro Bersani; di implementare regole chiare e trasparenti nel lavoro proposte dal Ministro Damiano e dare senso ad una convinta fase di concertazione. Solo così potremo dare risposte alle tante/tanti Alessandra e Carla, ed ai tanti seri imprenditori (e ne conosco) che anche in Italia, e in Abruzzo puntano sulla qualità delle proprie imprese.
*parlamentare dei Ds