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Pescara, 28/04/2026
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Data: 06/11/2009
Testata giornalistica: Il Messaggero
Il dilemma di Filippo Piccone: vendetta o armistizio elettorale. Congelata la sorte di Giuliante. Anche Chiodi dovrà dire la sua

PESCARA - E' una parola lavare col sangue l'offesa di Giuliante, non è semplice neppure per un bollente spirito come quello di Filippo Piccone che non esitò a lanciarsi contro Maurizio Scelli per far partire un cazzotto un paio di giorni prima della sua nomina a coordinatore, rischiando così di far andare tutto a carte quarantotto. Riflette, il senatore. E una volta tanto valuta i pro e i contro. Sì è vero, Giuliante l'ha chiamato "Bokassa di Celano" e l'ha accusato di aver fatto incetta di incarichi nella Marsica: ma se chiede la sua testa rischia di compromettere il risultato delle elezioni dell'Aquila. E non se lo può permettere, soprattutto perchè la responsabilità sarebbe intestata proprio a lui.
Così il Pdl ha messo il tappo, almeno per ora, sulla guerra più becera e violenta che sia scoppiata negli ultimi tempi. Il vicecoordinatore ex An Fabrizio Di Stefano e il coordinatore Filippo Piccone si studiano a distanza, ognuno attende le mosse dell'altro in attesa probabilmente che anche il presidente della Regione Gianni Chiodi dica la sua e decida se tenersi Giuliante senza cravatta e le sue intemperanze oppure faccia il tana liberi tutti. Non sarà una scelta facile, neppure per lui, già messo a dura prova qualche tempo fa dalle minacce epistolari di Giuseppe Tagliente e la sensazione è che oggi men che mai possa permettersi un'altra voce critica all'interno della maggioranza. Di Stefano dal canto suo la proposta l'ha fatta già: regole ferree per chiunque stia nel partito e nella maggioranza, niente polemiche sui giornali, proposte e iniziative da concordare nel Pdl, e chi sgarra paga. Una sorta di amnistia per tutto ciò che è successo fino ad oggi, insulti compresi, che si applichi da Giuliante a Piccone a Masci a Castiglione, e da domani linea dura. Scordiamoci il passato ma rendiamo più difficile il futuro, soprattutto agli alleati. Piccone deve decidere se starci oppure no, ma per il momento tace.
I suoi fedelissimi dicono che se dovesse agire d'impulso, la testa a Giuliante la taglierebbe subito. Ma i consiglieri lo invitano a riflettere: per il Pdl la presa dell'Aquila oggi è molto più facile che nel passato, e i vertici del partito di Berlusconi considerano la vittoria del capoluogo terremotato già nelle tasche del premier che fino a marzo avrà fatto altre cento visite in Abruzzo. Vittoria scontata quindi, ma se per un qualsiasi motivo il Pdl dovesse perdere (anche perchè Stefania Pezzopane non è osso così tenero), ragionano i pidiellini, la colpa sarebbe solo e soltanto sua. Soprattutto se dovesse lasciare per terra un ferito ingombrante come Giuliante che si metterebbe a braccia conserte e magari remerebbe contro. Questo pensa Piccone. Ma d'altro canto se dovesse perdonare il capogruppo, autorizzerebbe chiunque a insultarlo e a prenderlo a pernacchie. Aspetto che Piccone forse teme più della sconfitta dell'Aquila. Insomma un bel rebus.
Nel frattempo, con le liti e le guerre messe nel congelatore, ieri a prendere la penna per difendere il presidente del consiglio Nazario Pagano è stato il vicecapogruppo Emiliano Di Matteo che firma «d'intesa col capogruppo Gianfranco Giuliante». D'intesa, chissà fino a quando.

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