Un tempo si chiamava «questione morale». Il copyright della definizione spetta ad Enrico Berlinguer, scomparso un quarto di secolo fa, cinque anni prima della dissoluzione del suo partito, il Pci. Ne fece il suo segno distintivo. Fu in minoranza. Prima Repubblica, altri tempi, altro stile. E' cambiato il mondo: il Muro di Berlino è crollato, per fortuna; il comunismo sovietico è un cupo ricordo; alla Casa Bianca c'è un presidente come Obama; Cina e India invadono i mercati e macinano ricchezza. Ma in Italia la «questione», con o senza aggettivo, resta - ahinoi - di scottante attualità.
Sala consiliare del Comune di Pescara, venerdì mattina. Cerimonia di conclusione del Premio Borsellino, dieci giorni spesi a testimoniare la legalità in scuole e piazze d'Abruzzo. C'è il presidente della Camera a rimarcare la valenza dell'evento. Gianfranco Fini scandisce le sue parole: «Voglio invitare la politica - dice - a essere, nei confronti della criminalità organizzata, come un tempo si diceva avrebbe dovuto essere la moglie di Cesare: al di sopra di ogni sospetto». Applaude la sala, in prima fila tutti i maggiorenti del Pdl abruzzese (assenti invece tutti i parlamentari del centrosinistra). Il messaggio è chiaro: fuori dai posti di comando dei partiti e delle istituzioni non solo quelli che hanno grossi guai giudiziari pendenti, ma anche coloro su cui c'è più d'un sospetto. Parla in Abruzzo Fini, ma pensa alla Campania dove la sua maggioranza vuole candidare alla guida della Regione quel Nicola Cosentino, sottosegretario all'Economia, il cui nome, pur non essendo indagato, compare in troppe inchieste di camorra.
Al di sopra di ogni sospetto. Così dovrebbe essere ogni nostro esponente politico. Ha ragione Fini a sottolinearlo con forza e coraggio. Ma evidentemente non è un caso. Per una buffa coincidenza del destino, mentre il presidente della Camera pronuncia il suo discorso, a un deputato della Repubblica la magistratura sta sequestrando un attico a Pescara comprato - secondo l'accusa - con soldi delle tangenti. E che tangenti. Si tratta di quel verminaio della sanità privata che per più di un decennio ha inquinato la vita pubblica in Abruzzo, sia con il centrodestra che con il centrosinistra. Sabatino Aracu, il deputato al centro dell'inchiesta, è innocente di fronte alla legge fino all'ultimo grado di giudizio. Lo dico e lo ripeto in questa come in altre occasioni. I tempi delle verità giudiziarie, purtroppo per l'Italia, sono troppo lunghi rispetto all'ansia di sapere da parte dei cittadini. Quanti ladri, corruttori e corrotti ci sono in giro per il nostro tormentato Abruzzo? L'inchiesta sulle tangenti nella sanità, che ha decapitato un pezzo significativo di classe dirigente con Del Turco e compagni, è arrivata solo ieri ad un passaggio significativo: la chiusura delle indagini. Ma ci vorranno ancora mesi in attesa di un giusto processo.
La politica che fa, nel frattempo? Ad essere coerenti con il ragionamento del presidente della Camera, Aracu non è più un deputato al di sopra di ogni sospetto. Non si tratta, sia chiaro, di anticipare una sentenza che chissà quando arriverà. Si tratta di una questione di rigore e trasparenza oltre che di opportunità politica, ovvero della capacità dei partiti di prendere le distanze da chi è compiacente e vicino a centri di potere opachi che «nulla hanno a che vedere - per dirla sempre con Fini - con gli interessi generali della collettività». Non siamo né la Campania né la Sicilia, questo è evidente, ma anche nell'Abruzzo degli scandali bisogna essere coerenti tra le parole pronunciate e i comportamenti effettivi. Per il Pdl, che qui a fatica prova a costruire una nuova classe dirigente, è il momento di decidere. L'onorevole Aracu da venerdì è un politico imbarazzato e imbarazzante.