PESCARA - Non è accanimento terapeutico. E d'altronde lui non è tipo che gonfia i muscoli, uno da anabolizzanti o muro contro muro. E ieri pomeriggio alle cinque quando i finanzieri avevano appena terminato di mettere i sigilli alle auto e alle case di Enzo Angelini, Gianni Chiodi dall'Aquila raddrizza la rotta.La revoca dell'accreditamento è la giusta punizione per chi non paga gli stipendi, dice il presidente della Regione. Ma è un iter avviato prima, molto prima del sequestro giudiziario di ieri mattina. L'altolà ad Angelini dettato all'Ansa a mezzogiorno di ieri, va interpretato così. L'iniziativa della procura non c'entra niente, anzi che ognuno vada per la sua strada: la magistratura da una parte, Angelini dall'altra. La Regione sta a metà. Vigile, quanto basta. «Noi da tempo avevamo già inoltrato in commissione Sanità un progetto di legge che prevede la revoca dell'accreditamento per i privati che non assolvono al pagamento degli stipendi dei dipendenti. Ma ribadisco, è una regola che vale per tutti e non soltanto per Angelini»: mette le mani avanti Gianni Chiodi, l'aria si è fatta pesante e le reazioni che iniziano ad arrivare fanno pensare a un'interpretazione distorta delle sue dichiarazioni mattutine: Angelini attacca con una lettera, Rifondazione e comunisti italiani addirittura plaudono al presidente, «finalmente si è svegliato, meglio tardi che mai», insomma è meglio mettere in chiaro le cose. La norma sarà approvata nel prossimo consiglio regionale, ribadisce Chiodi. «Ma la revoca dell'accreditamento non è assolutamente scontata - precisa - Basta pagare gli stipendi, e non si verificherà. E l'iniziativa della procura non modifica la nostra strategia, non intendo aggiungere alcun paletto al progetto già depositato». Anche se il danno per la Regione c'è ed evidente, «ed è stato chiaro dalle primissime mosse dell'inchiesta sulla Sanitopoli: in primo luogo per le somme pagate in più dalle singole Asl, e in secondo luogo e indirettamente perchè un'azienda che non paga gli stipendi ai suoi dipendenti colpisce l'economia della nostra regione». Questo è quanto.
Ma Angelini è infuriato quando legge le dichiarazioni all'Ansa e la minaccia della revoca dell'accreditamento. E nel pomeriggio scrive una lettera di fuoco, ce l'ha con Chiodi ma anche con Giovanni Legnini. Innanzitutto precisa che le attività del gruppo «proseguono regolarmente», poi ribadisce la «più totale fiducia» nell'azione della magistratura. E passa ad attaccare la Cgil e Chiodi. Prima il sindacato: «E' vergognoso e inaudito che la Cgil e per essa il direttivo al completo, si siano riuniti presso il bar di Villa Pini inneggiando ai militi della Guardia di Finanza che entravano a fare il loro dovere e che la stessa Cgil, in ogni sede, inneggi alla ipotesi di chiusura e distruzione del gruppo: evidentemente lo stretto evidentissimo legame politico e strategico con il senatore Legnini che approfondirò in altra sede, ha dato e continua a dare i suoi frutti avvelenati». Non le manda a dire Angelini, che continua definendo «vergognoso» che di fronte a una inchiesta ancora in corso «da parte di personaggi istituzionali si auspichi la sparizione del gruppo», personaggi che hanno sperimentato la bontà delle cure della sua clinica, aggiunge. «Si segnala in questa classifica Gianni Chiodi», rincara l'imprenditore, «che non perde occasioni di dimostrare il proprio accanimento preconcetto nei confronti di Villa Pini», parla di «furia cieca»», che secondo Angelini avrebbe un secondo fine: quello di non fare chiarezza «sui criteri diversi in base ai quali il servizio ispettivo regionale ha abusivamente recuperato le prestazioni del gruppo» e quello di rinviare il tavolo tecnico «per pervenire alla verità dei fatti».
Critico con Chiodi anche il capogruppo dell'Idv Carlo Costantini: «Se il presidente ritiene di dover revocare gli accreditamenti di Villa Pini, lo faccia domani con la sua Giunta. Se, invece, ritiene di tutelare il personale dipendente, allora non mancherà il nostro appoggio». Ha a cuore i lavoratori anche il Pd: «Per la prima volta il grande accusatore, che parla a rate, subisce un provvedimento cautelare - dice il segretario Silvio Paolucci - Adesso è compito della politica confrontarsi per salvare i 1600 dipendenti e le loro famiglie».