Roma. Alzare la soglia minima di pensionamento da 57 a 58 anni di età. E garantire una pensione piena, senza riduzioni dell'importo, solo a chi ha compiuto almeno 61 anni, o più probabilmente 62 anni, da assommare ai 35 anni di contribuzione. E' su questa falsariga che si snoda il piano del Governo sul "pensionamento volontario" per abolire lo scalone del 2008 previsto dalla legge Maroni-Tremonti e, al tempo stesso, rinvigorire la riforma Dini datata 1995. Ma su questo progetto si sta giocando all'interno della maggioranza un confronto tutt'altro che semplice, con l'ala sinistra, capeggiata da Prc e Pdci, che anche ieri ha frenato sull'aumento dell'età pensionabile. La Margherita, come ribadisce il presidente della commissione Lavoro del Senato, Tiziano Treu, propende invece per la linea rigorista sulla quale spinge il Tesoro. Che punta ad un intervento strutturale capace di garantire risparmi dai 3 ai 5miliardi nel 2007.
Nel puzzle abbozzato a via XX settembre il ritocco verso l'alto dell'età minima (250-400 milioni di minori spese il primo anno) rappresenta solo un tassello. Le altre sono tessere che hanno nomi ben precisi: innalzamento progressivo del requisito per il pensionamento di vecchiaia delle donne da 60 a 62-63 (oltre 300 milioni di risparmi il primo anno); incremento delle aliquote contributive dei «co.co.co.» e di tutti gli atipici, con verifica sulle altre categorie degli "autonomi" (circa 1-1,5 miliardi di nuove entrate); stretta sulle pensioni d'oro (100-150 milioni); piena equiparazione previdenziale tra dipendenti privati e "statali" (300-350 milioni); restrizioni sulle gestioni "privilegiate", come ad esempio quella dei dipendenti della Banca d'Italia (200-250 milioni); aggiornamento dei coefficienti di trasformazione (circa100 milioni il primo anno, risparmi più sensibili a regime); eventuale blocco di un anno delle "anzianità" (almeno 300 milioni).
Il ministero del Lavoro invece appare favorevole ad una linea più soft, maggiormente ancorata ai programma elettorale. Il ministro Cesare Damiano non dice comunque no all'innalzamento dell'età minima di pensionamento su base volontaria, da concordare però con le parti sociali, mentre frena, almeno per il momento, sui ritocchi alla soglia di "vecchiaia" per le donne e si muove con molta cautela sull'aggiornamento dei coefficienti di trasformazione, per nulla gradito ai sindacati. Che continuano a mostrarsi preoccupati, anche se disponibili a discutere di un innalzamento dell'età minima di pensionamento con procedura volontaria (ma dal 2008 e non dal 2007).
L'intenzione di Damiano è di verificare al tavolo con le parti sociali, che dovrebbe scattare la prossima settimana, quali sono i reali margini di manovra, "soprattutto con Cgil, Cisl, Uil e Ugl, per poi decidere la strada da imboccare. Allo stesso tavolo sarà affrontata la questione dell'eventuale anticipo al 2007 del decollo della riforma del Tfr, chiesto a gran voce dai sindacati, per il quale però c'è da superare lo scoglio dell'accordo con l'Abi sulle accesso agevolato al credito per le imprese disdettato dallo stesso Damiano. E quella del grande tavolo sulla previdenza è l'ipotesi che, con il trascorrere delle ore, sembra prendere corpo. Il punto sarà fatto oggi a palazzo Chigi nel Consiglio dei ministri in cui verranno discusse le linee guida della Finanziaria. I ministri caleranno le loro carte e le diverse strategie verranno messe a confronto.
Un elemento appare già certo: l'età minima di pensionamento sarà alzata con un meccanismo di penalizzazioni e, forse, incentivi. Sarà individuata un'età di riferimento (in aggiunta ai 35 anni di contributi) per garantire la pensione piena (61-62 anni), sotto la quale gli importi degli assegni saranno ridotti (agendo probabilmente con riduzioni dei coefficienti di trasformazione). Chi uscirà prima (a 58 anni la nuova probabile soglia minima) dovrebbe subire la
penalizzazione maggiore.