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Pescara, 22/04/2026
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Data: 06/12/2009
Testata giornalistica: Il Messaggero
Catricalà: «Bisogna riprendere il cammino delle liberalizzazioni»

L'intervista/ Il presidente dell'Antitrust denuncia il ritorno di rigurgiti protezionistici da parte delle categorie. «Sì alla privatizzazione dell'acqua, ma non serve un'Authority ad hoc»

ROMA Avvocati più anziani che bloccano l'accesso ai laureati; professioni che si chiudono in sé stesse; assicurazioni che tentano la riscossa; intrecci azionari aggrovigliati nel mondo del credito. E' un "bollettino di guerra" quello che Antonio Catricalà affronta più o meno quotidianamente quando varca il portone dell'Antitrust di cui è presidente da ormai quasi 5 anni. Una sorta di percorso a singhiozzo della concorrenza: un passo avanti e due indietro. E il fenomeno si è accentuato nell'ultimo anno e mezzo, complice anche la crisi economica.
«Non si può dire che il governo abbia mostrato la volontà di abbandonare le regole del mercato dice oggi Catricalà al Messaggero ma lo stillicidio di iniziative in Parlamento e a livello locale ci ha molto allarmato. Non è tanto un arretramento della concorrenza, quanto una stasi che ha favorito comportamenti di arroccamento da parte delle categorie su posizioni conservatrici. Certo, la recente riforma dei servizi pubblici locali, inclusi quelli idrici, è una bella liberalizzazione; ma non se ne vedono altre all'orizzonte».
Cominciamo proprio dalla fine, allora.
«Intanto chiariamo che l'acqua, come l'aria, è un bene di tutti. E' e resterà pubblico. Ma ci sono stati sprechi, inefficienze e cattiva gestione da parte di alcuni enti pubblici: Comuni, società o Ato, gli ambiti territoriali in cui è suddiviso il territorio. Quindi vedo benissimo il fatto che d'ora in poi si facciano le gare per l'affidamento dei servizi. L'altro aspetto che ha ottenuto l'approvazione dell'Antitrust riguarda la separazione tra il gestore e chi controlla la sua attività. E questo passa necessariamente attraverso la privatizzazione delle società».
Insomma, niente più Comuni che controllano se stessi attraverso le municipalizzate. Ma chi controllerà qualità e prezzi? In molti chiedono un'Autorità specifica.
«Noi siamo contrari. Alcune responsabilità politiche non possono essere delegate alle Authority che sono organi tecnici. Ci vuole qualcuno che poi risponda agli elettori».
A chi pensa?
«I requisiti di qualità del servizio e la base di calcolo della tariffa devono essere affidati ad un organismo centrale: esiste già ed è la Coviri, la commissione presso il ministero dell'Ambiente. Sarebbe invece assurdo chiedere allo Stato di controllare se ci sono delle falle ad Ascoli Piceno o se la qualità dell'acqua è adeguata a Trapani. Sono gli Ato, e quindi i Comuni, che devono vigilare per dare buoni servizi e a costi equi».
Le associazioni dei consumatori temono forti rincari.
«Il pericolo di un aumento dei prezzi c'è. Deve essere contenuto con due strumenti: la formula tariffaria va stabilita, lo abbiamo detto, a livello centrale. E poi ci vogliono tariffe ridotte per le fasce deboli come si fa con la Tarsu o con l'elettricità. Una cosa non è tollerabile: è lo spreco dell'acqua per mancanza di investimenti e di manutenzione degli acquedotti, da un lato; e per l'idea, ancora diffusa tra la gente, che l'acqua sia un bene gratuito, da sprecare».
Basteranno 5 anni per privatizzare una miriade di municipalizzate? Chi comprerà?
«Un ruolo importante nella privatizzazione dei servizi pubblici locali, non solo dell'acqua, lo possono svolgere le fondazioni bancarie. Hanno ben operato e, una volta avviato il processo, possono cedere il timone a terzi».
La crisi ha aggravato la situazione della concorrenza in Italia?
«E' chiaro che in un periodo di crisi le categorie tendono ha difendere posizioni e privilegi. La riforma forense ne è una tipica dimostrazione. E' vero che ci sono troppi avvocati ma anziché bloccare l'accesso dei giovani alla professione, sarebbe meglio limitare l'ingresso all'università con un tetto che oggi non c'è. E che dire degli odontoiatri: hanno accettato poco più di 1000 studenti quest'anno, credo siano appena 100 a Roma. Poi c'è il caso dei medici di base in Calabria o dei pediatri di famiglia in Lombardia. E ci sono gli enti locali che bloccano l'apertura di esercizi commerciali o di distributori di benzina indipendenti».
Finito?
«E' preoccupante, infine, che il Parlamento abbia completamente ignorato la segnalazione che abbiamo fatto un anno e mezzo fa sugli intrecci azionari e i doppi incarichi tra gruppi potenzialmente concorrenti nel settore del credito. E' una visione miope».
Come se ne può venire fuori?«Occorre la lungimiranza di una politica condivisa tra maggioranza e opposizione che tenda a fare crescere l'economia con l'apertura dei mercati e l'aumento dei posti di lavoro. Il consenso si può anche perdere in una fase iniziale, com'è successo negli Stati Uniti negli anni 80-90, dove il costo politico delle riforme è stato ripartito equamente tra repubblicani e democratici. Ma nel lungo periodo si otterrebbero benefici evidenti agli occhi di tutti».
Ottimista o pessimista?
«Sono convinto della ragionevolezza delle nostre idee. In questi 5 anni abbiamo contribuito a creare una cultura diversa soprattutto per la tutela del consumatore. L'idea che la concorrenza sia un'arma efficace per creare ricchezza e benessere, non è entrata ancora nella società civile. Ma ho altri due anni e mezzo di lavoro davanti a me. E non mi arrendo».

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