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Pescara, 22/04/2026
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Data: 11/12/2009
Testata giornalistica: Il Messaggero
L'Abruzzo e le crisi aziendali, a rischio 1.600 posti Cgil: «No, sono molti di più»

PESCARA - I dieci tavoli di confronto aperti tra sindacati, grandi gruppi aziendali operanti in Abruzzo e Ministero dell'Economia sono solo la punta di un iceberg. Tra Compel, Technolab, Reiss Romoli, Campari, Micron, Sitindustrie, Atr, Transcom, Medavox e Pilkington sono a rischio 1.600 posti di lavoro su 5.430 totali. La realtà, però, è anche più drammatica. Nella nostra regione sono in ballo decine di migliaia di lavoratori che, a breve, potrebbero ritrovarsi senza stipendio. Settori farmaceutico, chimico, installazione telefonica e meccanica: tutti uniti nella mappa abruzzese della crisi e dell'amministrazione straordinaria. Preoccupa l'Atr di Colonnella: la ristrutturazione dell'azienda di materiali compositi avanzati potrebbe mandare a casa 500 lavoratori su 800 complessivi. Non se la passa meglio la Transcom dell'Aquila (270 posti a rischio su 350), nonostante abbia vinto di recente la gara d'appalto per il call center dell'Inps.
Ora il Governo sta lavorando su una nuova legge sulle crisi aziendali «che dia nuovi strumenti per il risanamento delle imprese», afferma il Ministro Scajola. Ma il provvedimento riguarda solo i 151 tavoli aperti con 28 grandi gruppi nazionali e non le piccole e medie imprese, vero tessuto industriale italiano e, soprattutto, d'Abruzzo. Qui si apre una voragine impressionante. I dati della Cgil mostrano un allarme di portata ben diversa. «Solo nel Teramano -spiega, per il sindacato, Giampaolo Di Odoardo- abbiamo a rischio oltre 25mila posti su un totale di 67mila addetti. Tra gennaio e ottobre del 2009, rispetto allo stesso periodo del 2008, sono aumentate le ore di cassa integrazione di 6milioni. Una situazione allargata anche alle altre province, con dati più bassi nel Pescarese, terra a vocazione più commerciale e meno industriale». Una legge nazionale non basta a sanare un'emorragia spaventosa. «A cosa serve una legge fatta dal Governo se poi non abbiamo i soldi e gli strumenti per attuarla nell'ambito locale?», si chiede Di Odoardo, che rincara la dose: «La questione è territoriale. Se i nostri amministratori regionali, provinciali e dei comuni più importanti non mettono al primo posto del loro lavoro politico la crisi economica e occupazionale abruzzese, non usciremo mai da questa situazione di ritardo. Rispetto a tante altre regioni italiane siamo messi molto peggio. Non basta dire che la crisi è globale e aspettare che al telegiornale qualcuno ci annunci il giorno in cui questa situazione finirà. Nel frattempo abbiamo famiglie senza reddito, persone prima benestanti e oggi passate al di sotto della soglia di povertà, neolaureati senza un futuro. Servono investimenti nell'innovazione tecnologica, una maggiore formazione dei lavoratori e un rapporto diverso tra mondo del lavoro e università. I soldi ci sono già, esistono fondi europei che sono a disposizione, ma le aziende abruzzesi non hanno gli strumenti per partecipare ai bandi di concorso. Serve una presa di coscienza da parte di tutti».

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