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Data: 17/12/2009
Testata giornalistica: Corriere della Sera
Se i pendolari protestano hanno ragione di Giangiacomo Schiavi

Non possono continuare a essere trattati come cittadini di serie B. Intervenga il governo

L'Italia che non va s'incontra in questi giorni nelle stazioni ferroviarie, arrabbiata e indignata per l'ennesima beffa, le attese, le corse soppresse, i vagoni sudici e sporchi, il freddo e il nuovo orario che ribalta le abitudini e provoca disagi. «Treni in ritardo, protesta dei pendolari». Sembra il titolo di un film già visto, l'ennesima replica di un brutto spettacolo, e invece è la banale sintesi di una grande vergogna che non fa scandalo perché non riempie le piazze e non sfila in corteo: la gente che viaggia ha altro da fare. Sui binari italiani non c'è solo l'orgoglio dell'Alta velocità, l'impresa meritoria delle Ferrovie che ha accorciato le distanze tra una città e l'altra.

C'è anche il mugugno costante di un esercito enorme, centinaia di migliaia di cittadini che si sentono ignorati, emargina­ti, inascoltati dopo anni di appelli, petizio­ni e promesse che la classe politica, siste­maticamente, disattende.

Sono quelli che ogni giorno arrivano a Milano dall'Emilia, dal Piemonte, dal Vene­to o dalla Liguria, che sincronizzano la vita con l'orario ferroviario e sono passati dall' Espresso agli Intercity-Eurocity e adesso non trovano più le fermate intermedie, i collegamenti diretti, i riferimenti sui quali potevano contare. L'Alta velocità ha scardi­nato le frequenze lasciando grandi buchi neri negli orari: adesso ci sono treni che partono troppo presto e altri troppo tardi, non c'è più il Torino-Venezia, chi viaggia da Parma e Reggio Emilia è costretto a chie­dere permessi in azienda, è sparito il colle­gamento diretto Milano-Bolzano, sulla li­nea di Ancona si accumulano colossali ri­tardi, da Genova a Macerata sono aumenta­ti i tempi (un'ora) e i costi (venti euro), chi scendeva a Codogno per raggiungere Cre­mona non trova più l'interregionale delle 15.20 e perde mezz'ora ogni giorno. Per Mantova, rassegnarsi al peggio: è più velo­ce la tratta Milano-Roma.

Esiste un elenco infinito di casi che si sommano ogni volta ai guai del passato, un accumulo di disattenzioni e di inutili disa­gi che si scaricano sempre su chi ha scelto il treno per muoversi, rinunciando all'auto e a trasferirsi in un'altra città. I commenti, da una stazione all'altra dell'Italia in rotaia sono sempre gli stessi, è uno schifo, un di­sastro, sempre peggio. Qualcuno parla di Quarto Mondo e New Medioevo e forse esa­gera, ma i racconti sulla tratta Piacenza-Mi­lano all'altezza di Lodi parlano di annunci umani che contraddicono quelli dell'alto­parlante sulle fermate, di resse inverosimi­li nelle carrozze appena tiepide e di ingor­ghi al vagone ristorante del Torino-Milano per potersi sedere (poi il capostazione ha bloccato tutto e fermato il treno). Sui nuovi ES-city intanto si torna a parlare di tradotte e di tanfi d'altri tempi e un manager di lun­go corso sente il bisogno di sfogarsi su un blog dei pendolari-peones per raccontare un disastroso viaggio da Milano a Trieste dopo la soppressione del Cisalpino: «Salgo su un avveniristico Freccia Bianca già insoz­zato di graffiti, toilette sporca in prima clas­se, bagno senz'acqua, riscaldamento fuori servizio a Mestre, tempi peggiorati...».

È difficile rompere il muro del silenzio politico attorno all'odissea di cittadini im­meritatamente trattati come figli di un dio minore: i ministri su questi treni non ci vanno, e dai finestrini dell'Alta velocità nes­sun parlamentare vede la terra di nessuno che scrive ai giornali (sentendosi dire che ormai un ritardo non fa più notizia) o invo­ca un Gabibbo come difensore civico nazio­nale per avere garantito il diritto di viaggia­re come si deve, su treni puliti e puntuali che tengano conto della dignità delle perso­ne, della loro vita, e non soltanto dell'im­magine e delle alchimie dei nuovi orari.

Affiora una grande zona cieca nell'Italia che prende il treno, tagliata fuori dall'Alta velocità e dai treni regionali, una vasta area grigia rimasta senza voce e senza ascolto. Se Trenitalia e Regioni non bastano a ga­rantire maggiore efficienza e un miglior servizio intervenga il governo: è arrivato il momento di dire che i pendolari che prote­stano hanno ragione: non possono conti­nuare ad essere trattati come cittadini di se­rie B.

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