Non possono continuare a essere trattati come cittadini di serie B. Intervenga il governo
L'Italia che non va s'incontra in questi giorni nelle stazioni ferroviarie, arrabbiata e indignata per l'ennesima beffa, le attese, le corse soppresse, i vagoni sudici e sporchi, il freddo e il nuovo orario che ribalta le abitudini e provoca disagi. «Treni in ritardo, protesta dei pendolari». Sembra il titolo di un film già visto, l'ennesima replica di un brutto spettacolo, e invece è la banale sintesi di una grande vergogna che non fa scandalo perché non riempie le piazze e non sfila in corteo: la gente che viaggia ha altro da fare. Sui binari italiani non c'è solo l'orgoglio dell'Alta velocità, l'impresa meritoria delle Ferrovie che ha accorciato le distanze tra una città e l'altra.
C'è anche il mugugno costante di un esercito enorme, centinaia di migliaia di cittadini che si sentono ignorati, emarginati, inascoltati dopo anni di appelli, petizioni e promesse che la classe politica, sistematicamente, disattende.
Sono quelli che ogni giorno arrivano a Milano dall'Emilia, dal Piemonte, dal Veneto o dalla Liguria, che sincronizzano la vita con l'orario ferroviario e sono passati dall' Espresso agli Intercity-Eurocity e adesso non trovano più le fermate intermedie, i collegamenti diretti, i riferimenti sui quali potevano contare. L'Alta velocità ha scardinato le frequenze lasciando grandi buchi neri negli orari: adesso ci sono treni che partono troppo presto e altri troppo tardi, non c'è più il Torino-Venezia, chi viaggia da Parma e Reggio Emilia è costretto a chiedere permessi in azienda, è sparito il collegamento diretto Milano-Bolzano, sulla linea di Ancona si accumulano colossali ritardi, da Genova a Macerata sono aumentati i tempi (un'ora) e i costi (venti euro), chi scendeva a Codogno per raggiungere Cremona non trova più l'interregionale delle 15.20 e perde mezz'ora ogni giorno. Per Mantova, rassegnarsi al peggio: è più veloce la tratta Milano-Roma.
Esiste un elenco infinito di casi che si sommano ogni volta ai guai del passato, un accumulo di disattenzioni e di inutili disagi che si scaricano sempre su chi ha scelto il treno per muoversi, rinunciando all'auto e a trasferirsi in un'altra città. I commenti, da una stazione all'altra dell'Italia in rotaia sono sempre gli stessi, è uno schifo, un disastro, sempre peggio. Qualcuno parla di Quarto Mondo e New Medioevo e forse esagera, ma i racconti sulla tratta Piacenza-Milano all'altezza di Lodi parlano di annunci umani che contraddicono quelli dell'altoparlante sulle fermate, di resse inverosimili nelle carrozze appena tiepide e di ingorghi al vagone ristorante del Torino-Milano per potersi sedere (poi il capostazione ha bloccato tutto e fermato il treno). Sui nuovi ES-city intanto si torna a parlare di tradotte e di tanfi d'altri tempi e un manager di lungo corso sente il bisogno di sfogarsi su un blog dei pendolari-peones per raccontare un disastroso viaggio da Milano a Trieste dopo la soppressione del Cisalpino: «Salgo su un avveniristico Freccia Bianca già insozzato di graffiti, toilette sporca in prima classe, bagno senz'acqua, riscaldamento fuori servizio a Mestre, tempi peggiorati...».
È difficile rompere il muro del silenzio politico attorno all'odissea di cittadini immeritatamente trattati come figli di un dio minore: i ministri su questi treni non ci vanno, e dai finestrini dell'Alta velocità nessun parlamentare vede la terra di nessuno che scrive ai giornali (sentendosi dire che ormai un ritardo non fa più notizia) o invoca un Gabibbo come difensore civico nazionale per avere garantito il diritto di viaggiare come si deve, su treni puliti e puntuali che tengano conto della dignità delle persone, della loro vita, e non soltanto dell'immagine e delle alchimie dei nuovi orari.
Affiora una grande zona cieca nell'Italia che prende il treno, tagliata fuori dall'Alta velocità e dai treni regionali, una vasta area grigia rimasta senza voce e senza ascolto. Se Trenitalia e Regioni non bastano a garantire maggiore efficienza e un miglior servizio intervenga il governo: è arrivato il momento di dire che i pendolari che protestano hanno ragione: non possono continuare ad essere trattati come cittadini di serie B.