Il governatore di Bankitalia a Padova dove ha ricevuto la laurea honoris causa in Statistica
PADOVA. Un milione e seicentomila lavoratori non hanno alcun sostegno del reddito in caso di perdita del posto di lavoro. Per questo occorre una revisione del sistema di ammortizzatori sociali.
Una revisione che «avrebbe benefici sull'efficienza produttiva, la tutela e l'equità sociale. E'questa riforma il prerequisito per l'estensione della flessibilità del mercato del lavoro». Mario Draghi, insignito ieri a Padova di una laurea honoris causa dall'Università che lo ha visto qui insegnare economia negli anni settanta («erano gli anni delle ronde Toni Negri, un'atmosfera non allegra.speriamo non ritorni»), sceglie una gelida «lectio magistralis» sulla statistica per dare messaggi chiari e"pesanti" ad un pubblico più vasto dei professori in ermellino e degli studenti che assistono al suo discorso.
Sono i messaggi della ragionevolezza della politica economica e della razionalità che ne dovrebbe guidare le scelte, dell'attenzione agli effetti sociali della crisi in questo momento. Il primo è che se è vero che una debole ripresa è in atto («0,4% di Pil acquisito per il 2010»), sostenuta qui come altrove dal pubblico («l'aumento dei consumi è dovuto soprattutto all'acquisto di beni durevoli», cioè agli incentivi per l'auto), che le famiglie in Italia hanno conti più solidi che altrove, è altrettanto vero che l'occupazione ne risentirà ancora a lungo. Ma in Italia, il sistema degli ammortizzatori sociali, dice, è frammentato per settore, impresa, dimensione.
A conti fatti sulla base dei dati Inps, la Banca d'Italiali ha stimato che un milione e duecentomila dipendenti e 450 mila parasubordinati ne sono fuori del tutto. È necessario rivedere per estendere la protezione a chi potrebbe perdere il lavoro. «Nessuna critica al governo che ha fatto moltissimo» tiene a precisare, a scanso di polemiche, di fronte agli applausi di Pd e sindacati. Il secondo messaggio è che la politica economica si deve fare sulla base di informazioni quantitative sugli effetti dei provvedimenti e non sulla base di «sondaggi spesso espressione di un'opinione pubblica largamente disinformata». Gli esempi citati sono istruttivi per quel che il Governatore intende come «evidenze fattuali» che dovrebbero guidare l'azione di governo.
Ad esempio: servono gli aiuti pubblici alle imprese per spingere lo sviluppo? Potrebbero essere utili per avviare una ripresa al Sud? La risposta è nelle cifre: «Nel caso degli incentivi finanziari alle imprese si è visto che la loro efficacia rispetto agli obbiettivi degli interventi è stata modesta». Insomma gli incentivi non spostano granché rispetto a quello che le aziende hanno già deciso.
Quanto al Sud, stando sempre ai dati, è meglio investire le risorse pubbliche «nell'effettiva applicazione delle leggi piuttosto che nell'erogazione dei sussidi».
Ma la statistica dovrebbe anche servire, dice il Governatore, a far progredire l'analisi a ragionare e «deliberare» anche su questioni complesse. «C'è, ad esempio una relazione tra immigrazione e criminalità?» si chiede. La risposta delle ricerche della Banca d'Italia è netta: «Non ci sono evidenze che tipologie di reato come i crimini contro il patrimonio, contro la persona e le violazioni di legge sugli stupefacenti siano da attribuire direttamente all'immigrazione».