ROMA Per la previdenza italiana il decennio che inizia sarà quello del contributivo: nei prossimi anni il nuovo sistema di calcolo entrerà nel vivo coinvolgendo un numero sempre maggiore di persone. Ma già dal 2010 si vedranno alcuni effetti del meccanismo introdotto con la riforma del 1995. Scatta infatti il primo gennaio la riduzione dei coefficienti di trasformazione in base all'allungamento della vita media; la conseguenza sarà una diminuzione dell'assegno fino al 6-8 per cento rispetto all'importo che sarebbe stato ottenuto con i vecchi coefficienti.
Gli interessati.
Sono toccati dal calcolo contributivo i lavoratori che hanno iniziato a lavorare dal primo gennaio 1996 o quelli che a quella data avevano meno di 18 anni di anzianità (per loro il sistema sarà misto, retributivo fino al '95 e poi contributivo). Di fatto quindi i nuovi coefficienti riguardano chi dal prossimo mese andrà in pensione di vecchiaia (a 65 anni per gli uomini, 60 per le donne) avendo iniziato a lavorare dal 1978 in poi (o anche prima in caso di "buchi" contributivi).
Sono inoltre interessate dal contributivo particolari categorie di pensionati, tra cui i titolari di pensione indiretta (cioè i superstiti di un lavoratore morto in attività) o di pensione di inabilità, sempre nel caso in cui al 1996 gli anni di contributi fossero meno di 18. Escluse invece le pensioni di anzianità perché i titolari hanno almeno 35 anni di contributi, e dunque più di 18 al 1996: l'eccezione è rappresentata dalle donne che hanno optato per il contributivo per poter lasciare il lavoro a 57 anni.
Proprio le donne sono in proporzione maggiormente coinvolte nel sistema misto, potendo vantare in generale meno anzianità contributiva. Secondo dati Inps elaborati dalla Cgil le pensioni contributive o miste erano circa 750.000 al primo gennaio 2009. Ne erano attese altre 188.000 per l'anno ormai sul punto di concludersi, e ulteriori 204.000 nel 2010.
La decurtazione.
L'idea di fondo del contributivo è che il "capitale" pensionistico accumulato dal lavoratore viene suddiviso per il numero di anni nei quali presumibilmente percepirà l'assegno. Dunque se si allunga la vita media, l'importo annuale dovrà diminuire un po'. Ecco perché con decorrenza 2010 sono stati rivisti i coefficienti che trasformano il monte-contributi in pensione. D'ora in poi la revisione sarà triennale, in base agli andamenti demografici. I coefficienti hanno subito una riduzione percentuale che va dal 6,38 per l'uscita a 57 anni all'8,41 per l'uscita a 65. Secondo calcoli realizzati dalla Cgil, tutto ciò si traduce nel sistema misto in una decurtazione delle nuove pensioni (rispetto a quelle liquidate con i vecchi coefficienti) intorno al 3 per cento con 29 anni di anzianità, ma anche del 6-8 per cento se gli anni di anzianità sono solo 13: come può capitare con la pensione indiretta o di inabilità.
Le altre novità.
Per chi in pensione deve ancora andarci il 2010 non porterà grandi cambiamenti nelle regole. Unica eccezione di rilievo le dipendenti pubbliche, che potranno andare in pensione di vecchiaia a 61 anni invece che a 60: è il primo gradino della "scaletta" che nel 2018 le porterà alla soglia di 65 anni e quindi alla parità con gli uomini. Per la pensione di anzianità di tutti i lavoratori restano in vigore fino al dicembre 2010 le regole scattate nel luglio di quest'anno, che prevedono il diritto all'uscita con 60 anni di età e 35 di contributi, oppure con 59 e 36 (nel conteggio per raggiungere "quota 95" valgono anche le frazioni di anno: ad esempio è possibile lasciare il lavoro con 59 anni e mezzo di età e 35 e mezzo di contributi). Scatta infine dal primo gennaio l'incremento dal 25,72 al 26,72 per cento dell'aliquota contributiva per i lavoratori parasubordinati.