Iscriviti OnLine
 

Pescara, 28/04/2026
Visitatore n. 753.513



Data: 04/01/2010
Testata giornalistica: Il Messaggero
Statali, donne a riposo più tardi. In vigore la soglia dei 61 anni. Il limite salirà di due anni ogni 24 mesi fino ad arrivare a "quota 65" nel 2018

ROMA - Dal primo gennaio di quest'anno le donne dipendenti di amministrazioni pubbliche - per quelle "private" non cambia niente - potranno andare in pensione (di vecchiaia) a 61 anni e non più a 60. E' l'effetto della riforma approvata lo scorso anno che alzerà l'età pensionabile di un anno ogni 24 mesi col risultato che nel 2018 le impiegate pubbliche andranno a riposo esattamente come gli impiegati pubblici, ovvero a 65 anni. Gli effetti della normativa, dunque, saranno molto graduali. Tanto che quest'anno le statali "bloccate" al lavoro saranno appena 3.500
Queste almeno sono le previsioni ufficiali dell'Istituto di previdenza dei dipendenti pubblici (Inpdap), secondo cui in base alla vecchia normativa avrebbero lasciato il lavoro per il raggiungimento dei requisiti di vecchiaia in 6 mila, ma dopo la "stretta" potranno andarsene solo in 2.500. Le restanti 3.500, dunque, resteranno al lavoro.
La legge è stata approvata in estate dopo che la Corte di Giustizia Europea aveva intimato all'Italia di parificare i criteri pensionistici tra uomini e donne.
Riusciranno, tuttavia, ugualmente ad andare in pensione le lavoratrici che entro dicembre 2009 hanno compiuto 60 anni e possiedono 20 anni di contributi. In questo caso si prevede la certificazione del diritto acquisito da parte delle amministrazioni di appartenenza.
Sempre secondo le simulazioni condotte dall'Inpdap, la nuova normativa porterà ad un risparmio tra il 2010 e il 2018 di 2,5 miliardi che andranno in un fondo istituito presso la Presidenza del Consiglio per interventi sulle politiche sociali e familiari. Con queste risorse, in particolare, il governo punta a finanziare asili nido per la cura dei bambini o l'assistenza agli anziani non autosufficienti, a cui le donne spesso devono far fronte con effetti negativi sulla carriera.
L'introduzione dei nuovi requisiti per le donne è stata accompagnata da un ampio dibattito anche trasversale al centro-destra e al centro-sinistra. La tesi principale dei contrari era che un tale intervento dovesse essere preceduto da misure a sostegno delle donne che lavorano.
Secondo la sociologa Chiara Saraceno, più che fissare limiti rigidi di uscita dal lavoro bisognerebbe tornare, sia per gli uomini che per le donne, all'uscita con età flessibile (chi resta di più al lavoro prende una pensione più alta) introdotta con la riforma Dini. «In questo modo le persone potrebbero valutare i costi e i benefici prima di scegliere se lasciare o no il lavoro», sottolinea la Saraceno socondo cui il motivo per cui le donne lasciano prima il lavoro é la loro utilizzazione come «riserva disponibile per il lavoro di cura del marito, degli anziani o dei nipoti». Per questo, da tempo la professoressa Saraceno si batte per assegnare contributi figurativi per il lavoro di cura assegnato alle donne. «In Germania, per esempio, - ricorda la sociologa - è previsto un anno di contributi per ogni figlio».





www.filtabruzzo.it ~ cgil@filtabruzzo.it