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Data: 24/01/2010
Testata giornalistica: Il Centro
Bersani a Tremonti: basta con le bugie. Sull'uscita dalla crisi durissimo attacco frontale alla maggioranza di governo

«Quest'anno finiremo di lavorare per lo Stato il 23 giugno: è record»

ROMA. Un attacco a tutto campo da Pier Luigi Bersani non solo a Silvio Berlusconi, ma anche ai singoli ministri, alla maggioranza, oltre a un duello a distanza sul fisco, senza esclusione di colpi, con il ministro dell'Economia Giulio Tremonti. Il leader del Pd dice che gli italiani sono stanchi delle favole fiscali del ministro e Tremonti risponde che Bersani ha nostalgia di quando, aumentando le tasse, diceva che scendevano. Non sembra, e non è, uno scontro di maniera quello tra Bersani e Tremonti. Anche perché il tema si presta e gli scontri sul fisco - come diceva uno storico ministro delle Finanze come Bruno Visentini - sono sempre scontri d'alta politica perché muovono grandi interessi fondamentali sia per i ricchi che per i poveri.
Il leader democratico lo sa e sceglie proprio questa materia per un attacco frontale alla maggioranza di governo. Ripete che quest'anno finiremo di lavorare per lo Stato il 23 giugno, un record. E poi sottolinea che non capisce come si faccia a dire che «la riforma fiscale non si fa perché c'è la crisi. Tutti i paesi che la fanno sono deficienti? E parlo di Germania, Francia e Gran Bretagna».
La risposta di Tremonti è dura, tanto più che, oltre a doversi difendere dall'opposizione, deve difendersi da chi in casa, come il collega ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola, gli chiede anche lui di ridurre le tasse.
Il ministro dell'Economia dice, da un lato, che non è possibile ridurre le tasse per non fare «macelleria sociale». Poi si corregge dicendo che si farà quando ci sarà la ripresa, il che è quasi un'ovvietà, ma fa tornare la pace nel Pdl. Dall'altro replica a Bersani che questa storia che guadagneremo per noi stessi solo dal 23 giugno è una invenzione da centro studi, una scoperta dell'acqua calda perché si sa che se aumentano i redditi aumentano anche le imposte. E poi le tasse si devono mantenere a questo livello per salvare sanità, pensioni e sicurezza.
Ebbene, se è così, pare dire Bersani c'è proprio qualcosa che non funziona. Infatti, per il leader democratico, è il complesso dell'Italia governata da Berlusconi che non funziona. «Hanno parlato di sicurezza - dice - ma l'unico risultato sono state le ronde, mentre spesso le volanti sono senza benzina». Che dire poi della scuola - ha continuato - visto che «mentre in tutti i posti del mondo s'intende alzare l'età in cui uno si stacca dalla scuola per andare al lavoro, mi chiedo se dobbiamo essere invece gli unici al mondo che prendono la strada contraria». Per non parlare delle 84mila persone, tra docenti e personale vario, «buttate fuori dalla sera alla mattina dopo dieci-venti anni di precariato».
Banche, economia, finanza pubblica? Altri disastri, secondo Bersani. La spesa corrente è cresciuta, per parlare alle imprese ci si è rivolti agli istituti di credito, la pubblica amministrazione non paga, le nostre piccole imprese restano con il fiato corto.
Se non bastasse tutto questo - dice ancora il leader democratico - c'è un fatto gravissimo di cui pochi si rendono conto: «La politica e la comunicazione nascondono i problemi agli italiani».
E il Pd? Alla vigilia delle regionali, il segretario del partito promette che non finirà «in una riserva indiana». La battaglia, anzi, è quella di uscirne conquistando stavolta altre regioni non storicamente «rosse». Era il momento per un segnale interno al partito, ed è arrivato: bisogna che i democratici «possano guardarsi negli occhi, stare assieme, parlare di politica, usare braccia, cuore e testa, tutti assieme».

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