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Data: 31/01/2010
Testata giornalistica: Il Centro
La riforma dei servizi pubblici locali di Ezio Coletti (*)

La riforma dei servizi pubblici locali approvata dal Parlamento costituisce una ingiustificata accelerazione verso la privatizzazione di fatto delle aziende locali, con l'aggravante della loro svendita. Lo scorso 19 novembre è stata approvata la legge di conversione del decreto 135/2009 (già «decreto Ronchi») che introduce una nuova disciplina di gestione dei servizi pubblici locali. La nuova disciplina sostiene che l'affidamento dei servizi pubblici potrà avvenire solo attraverso una gara indetta o per la gestione del servizio, oppure su almeno il 40% del capitale di una società mista in cui al socio privato siano attribuiti specifici compiti operativi. In quest'ultimo caso la società manterrebbe l'affidamento diretto, oppure che tutte le gestioni in house cesseranno il 31 dicembre 2011 o, in caso di società quotata, con due diverse scadenze, il 30 giugno 2013 e il 31 dicembre 2015.
Per un sindaco la privatizzazione parziale dell'azienda è auspicabile perché consente di ottenere liquidità in cambio di azioni, di mantenere l'affidamento diretto, anche se parzialmente privatizzata, e di continuare a nominare rappresentanti nel consiglio di amministrazione. Il meccanismo avviato dalla riforma si basa sul presupposto che esista in Italia uno stock di capitale privato libero da impegni e tale da poter soddisfare le esigenze della totalità dei servizi locali che verranno messi a gara contemporaneamente a partire dal 2011: la messa sul mercato delle aziende determinerà un eccesso di offerta sulla domanda e quindi, per una basilare legge economica, prezzi di cessione delle società pubbliche in caduta. Ecco dunque «l'effetto svendita», insito nello stesso perverso sistema. Per la disponibilità del capitale invece, si potrebbe fare affidamento sul rientro dei capitali provocato dallo scudo fiscale: in tal caso si realizzerebbe il paradosso di svendere ricchi monopoli per la gestione dei servizi pubblici a soggetti privati che per anni hanno tenuto i capitali all'estero eludendo le imposte e che ora potrebbero rivelarsi titolati a riscuotere le tariffe.
I sindacati del comparto igiene ambientale, per fronte a questa idea di sciacallaggio dei servizi pubblici locali, hanno dato vita ad uno sciopero, con notevole successo, per evitare l'avvio della peggiore delle privatizzazioni per il settore dell'igiene ambientale attraverso la frantumazione del ciclo integrato della gestione dei rifiuti e la conseguente consegna ai poteri forti che tale scelta stanno imponendo. Le conseguenze di tutto ciò sarebbero drammatiche per le ricadute sul principio universalistico del servizio pubblico e sulle necessarie tutele per i cittadini. I tentativi di privatizzazione dei servizi pubblici locali in Europa hanno dato tutti esiti negativi. Jacques Chirac nel 1984, sindaco di Parigi, diede il via a un programma di privatizzazione delle acque della capitale con il risultato che negli ultimi 25 anni i prezzi sono cresciuti sistematicamente senza che migliorasse il servizio, e si sono registrati troppi casi di abusi, prezzi gonfiati e corruzione: dal primo gennaio 2010 l'acqua torna alla gestione municipale. Margaret Tatcher nel 1989 diede in appalto il servizio idrico di Inghilterra e Galles: nel giro di pochi anni i prezzi erano raddoppiati, mentre la qualità del servizio non era cambiata. In Italia c'è il caso Arezzo, la prima città che ha affidato il suo servizio idrico ai privati, nel '99, oggi si trova a pagare una bolletta tra le più alte del Paese. Questa situazione giustifica oramai ampiamente il ricorso all'istituto referendario, in modo che siano i cittadini a chiarire una volta per tutte quale assetto organizzativo sia più indicato a garantire quantità, qualità ed efficienza nella fornitura di servizi.

(* ) Sindacalista Funzione pubblica Cgil

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