Minzolini è tornato. Puntuale come un riflesso nervoso, il direttore del Tg1 ha sfoderato ieri sera uno dei suoi editoriali per ergersi a difesa di Bertolaso e del governo. «Le intercettazioni non sono prove, e lo sanno bene anche i magistrati», ha tuonato l'ex retroscenista, «non si può condannare un uomo per un aggettivo se non c'è una prova». Ma è sul perché tutto ciò accade, che il direttore del Tg1 ha le idee più chiare. «Siamo in campagna elettorale e puntualmente le inchieste giudiziarie sostituiscono la campagna elettorale: è successo l'anno scorso con la vicenda delle escort, mentre quest'anno siamo sommersi dalle intercettazioni». Chiaro il concetto? Un complotto politico. Giudici e giornalisti armati contro gli uomini del fare. Lasciamo stare, come sottolinea la Finocchiaro, che un direttore della Tv pubblica si faccia megafono delle tesi del premier. Ma Minzolini tralascia (involontariamente?) qualche particolare non di poco conto. Che ad esempio siano finite in carcere 4 persone per corruzione. Che fra questi ci sia Angelo Balducci, già vice di Bertolaso alla Protezione civile e ora presidente del Consiglio superiore dei Lavori pubblici, gli uomini con cui Bertolaso ha gestito in questi anni un sistema eretto al riparo di regole, procedure e controlli. Minzolini trascura che non sono in ballo solo parole (anche se odiose come quelle di chi rideva durante il terremoto), e neanche escort, che pure ci sono. Ma una gigantesca macchina di corruzione che avrebbe usato soldi pubblici per fare affari. Sarà la magistratura a dover fare il suo lavoro nell'accertamento della verità, ai giornalisti resta l'obbligo professionale, oltre che il diritto costituzionale, di informare i propri lettori. Chi sembra continuare a sconfinare ben oltre il proprio ruolo è solo il direttore del Tg1.