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Data: 23/02/2010
Testata giornalistica: Il Centro
Toro "canta" e gli sistemano il figlio. L'ex magistrato ricompensato per le soffiate agli indagati

ROMA. Hanno scelto ancora linee difensive diverse i quattro arrestati dell'inchiesta fiorentina sugli appalti per i Grandi Eventi. I funzionari ministeriali Angelo Balducci e Mauro della Giovampaola, hanno rinunciato, a sorpresa, all'udienza di stamane davanti al Tribunale del riesame di Firenze cui si erano rivolti per ottenere la scarcerazione.
Stessa scelta per i legali dell'imprenditore Diego Anemone, e per quelli del capo della Protezione civile, Guido Bertolaso (indagato per corruzione). Gli avvocati del sottosegretario alla Presidenza del consiglio erano ricorsi al Tribunale del riesame per ottenere il dissequestro dei documenti prelevati dagli uffici del Dipartimento della Protezione civile di via Ulpiano.
Tutti hanno preferito attendere il trasferimento degli atti a Perugia, divenuta competente dopo il coinvolgimento nei fatti del procuratore aggiunto di Roma, Achille Toro (costretto a dare le dimissioni dalla magistratura). Ad andare invece controcorrente è stato il Provveditore alle opere pubbliche della Toscana, Fabio De Santis, che durante l'interrogatorio di garanzia si era avvalso della facoltà di non rispondere.
Nel frattempo, dopo quella di Toro e quella del patron della Btp Riccardo Fusi, cade un'altra testa. A dimettersi, da consigliere delegato della Btp, dalla vicepresidenza dell'Ance e da tutti gli altri incarichi societari ricoperti, è stato Vincenzo Di Nardo, anche lui indagato dai magistrati fiorentini.
«Finalità mafiosa». «Articolo 416 in relazione all'articolo 7 della legge 203 del 1991», scrive il gip Rosario Lupo a proposito del nuovo reato da aggiungere alla corruzione. Tradotto significa «associazione a delinquere aggravata dalla finalità mafiosa», in sostanza lo stesso reato per il quale è stato condannato Totò Cuffaro. In alcune informative sul conto del Consorzio stabile Novus e sul funzionario ministeriale Antonio Di Nardo, segretario particolare del provveditore alle Opere pubbliche di Lazio, Abruzzo e Sardegna, evidenziano «significativi e specifici elementi che rafforzano il sospetto di una stretta contiguità con contesti associativi di stampo mafioso».
Il sistema Toro. Achille Toro è il personaggio chiave della fuga di notizie. E' lui, secondo i magistrati di Firenze, a dare le «soffiate» agli indagati su quanto si sta preparando. L'avvocato Edgardo Azzopardi è il punto d'unione fra gli indagati e la talpa nella Procura di Roma, è lui che si dà da fare per risolvere i problemi di Toro. Varie le merci di scambio. Il 17 dicembre il magistrato ringrazia Azzopardi per regalo di Natale. Toro: «Eh, ti volevo ringraziare per...il formaggio...che qui lo devo usare con calma perché le condizioni mia e di mia moglie (ride) sono quelle che sono». Poi c'è il futuro dei figli, Camillo e Stefano. La vera merce di scambio, ipotizzano i magistrati fiorentini, è un posto di lavoro importante in una grande azienda per il figlio del magistrato, Camillo, già piazzato al ministero delle Infrastrutture, ma non soddisfatto del posto. Si aspetta - come si legge nelle carte - «l'emissione di un provvedimento da parte del Gabinetto del ministero Infrastrutture, in forza del quale Camillo Toro deve essere assunto all'Acea di Roma».
Stefano è sistemato. Dalle carte il nome di Stefano Toro, l'altro figlio del magistrato, emerge una sola volta, il 25 novembre 2009. Si intuisce che sta lavorando a Roma e Firenze per le opere appaltate dal dipartimento della Ferratella. Azzopardi: «Allora ascolta bene... mi dicono che tu stai facendo un sacco di lavoro e stai lavorando molto bene... non avevo dubbi... mi dicono che a Firenze già puoi fatturare il 70% e mi dicono che sul resto... fattura... comincia a fatturare il 50».
«Chi c'ha un amico...». Resta la questione Camillo. La situazione sta precipitando,. Il 10 gennaio Azzopardi a Camillo: «Assumi notizie... informazioni... su tutti i campi...». Quanto alla piega positiva che stanno prendendo le cose all'Acea aggiunge: «Lo vedi che quando tu c'hai gli amici... chi c'ha un amico c'ha un tesoro... questo è la verità bello mio».
«Muoia Sansone...». La situazione sta precipitando e Balducci per qualche giorno si nega al telefono. Azzopardi, che ha notizie importanti da dargli, si arrabbia: «Evidentemente quello che devo dire non lo vuol sentire nessuno. E allora io me lo tengo per me: come diceva quello "muoia Sansone con tutti i filistei". Se ne accorgerà quando piove».
«Non ti sento niente». Il 30 gennaio Azzopardi vede Balducci e gli dà la ferale notizia: partono gli arresti. Lui, scioccato telefona alla moglie e lei: «Ti sento morto tante volte al telefono esulti, ma boh! non ti sento niente».

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