Si dovranno «vergognare», come i loro colleghi di Firenze, i magistrati dell'Antimafia i quali hanno fatto scoppiare un altro scandalo («ad orologeria elettorale»?) che stavolta coinvolge un senatore del Pdl?
O non meritano invece, anch'essi, la riconoscenza degli italiani onesti per aver scoperchiato, con l'ausilio prezioso della Guardia di Finanza e dei Ros, un fiume transnazionale di denaro sporco riciclato ai più alti livelli aziendali? Risposta scontata. Dobbiamo vergognarci degli scandali e farli scoppiare, altroché.
Qui ci troviamo di fronte ad una delle più colossali frodi fiscali, con la riutilizzazione di capitali del tutto illegali, che coinvolge il fondatore di Fastweb, Silvio Scaglia, lambisce Stefano Parisi amministratore delegato di questa società dal 2004, spingendosi verso i vertici della stessa Telecom Italia, con sullo sfondo l'ombra della malavita e con un senatore del Pdl, eletto dagli italiani di Germania, quale elemento di raccordo internazionale.
Una cosa va osservata subito: per il senatore Nicola Di Girolamo il Tribunale di Roma aveva chiesto gli arresti domiciliari fin dal giugno 2008, cioè subito dopo una elezione più che sospetta, accusandolo di reati di falso «di allarmante gravità». Arresti che furono negati dalla giunta del Senato. Che un anno dopo si è ricreduta su quel senatore «abusivo» (di fatto senza fissa dimora). Ma soltanto il 29 gennaio scorso, con voto d'aula, è stata sancita l'illegittimità della sua elezione e quindi una «sospensiva»...Ho fatto una sorta di «moviola» per sottolineare come, pur di fronte a casi palesi di violazione delle leggi, gli organi parlamentari operino sovente una vera difesa di casta. Opponendosi - come nel caso Cosentino - alla richiesta di arresto della Cassazione.
Adesso la Procura antimafia ci va giù pesante e ricostruisce le modalità di elezione del Di Girolamo nel collegio di Stoccarda, favorita dal clan calabrese degli Arena alleati con uno dei registi del maxi-riciclaggio, l'imprenditore romano Gennaro Mokbel. In casa sua, una ventina di anni fa, fu arrestato dall'Ucigos, Antonio D'Inzillo, ritenuto il killer del boss della Banda della Magliana, Enrico De Pedis. Terreni d'azione privilegiati, i «paradisi fiscali». Insomma, uno sterminato letamaio.
Ieri si sono sentiti di nuovo gli imprenditori reclamare «le riforme» e il ministro Brunetta ha assicurato, nello scetticismo generale, che il governo le varerà al più presto. Ma erano tutti rimasti, temo, alla stazione precedente, cioè alla questione degli appalti. Non sapevano ancora di questa mega-truffa che pone altri giganteschi problemi e che coinvolge imprenditori e imprese della new economy. In serata poi l'ala marciante dei berlusconiani insisteva per varare subito il «legittimo impedimento», cioè un'altra tutela ad personam del premier. Tempismo perfetto.
La realtà ci conferma che una parte consistente della classe dirigente si è ormai come disabituata, geneticamente, alla legalità, e quindi non si rassegna a regole, procedure, controlli, nazionali ed europei, ma preme per volere mano libera per i propri affari. Non poche volte in collusione fangosa con ambienti malavitosi detentori di ingenti capitali.