ROMA. Il riciclaggio, i legami con la banda della Magliana, il terremoto finanziario, le prime ammissioni degli arrestati. E non solo. Gli inquirenti ora vogliono veder chiaro sul perché il Senato non ha concesso l'autorizzazione all'arresto del senatore Nicola Di Girolamo, se, insomma, ha avuto coperture precise in seno al gruppo Pdl (Di Girolamo viene dalla componente An). Nelle intercettazioni sbuca, pagina 1442, anche il nome di Gianfranco Fini.
Appoggi politici. Il nome di Gianfranco Fini compare in un colloquio tra Franco Pugliese, l'uomo legato alle cosche calabresi, e Gennaro Mokbel, la mente della truffa. È il 16 aprile del 2008, due giorni dopo le elezioni che grazie ai brogli in Germania hanno visto andare in porto la candidatura di Nicola Di Girolamo nelle liste del Pdl, circoscrizione Europa (24 mila e 800 voti).
Pugliese si lamenta di non essere stato subito informato del felice esito. Pugliese: «Ah bello, io è da sabato che non dormo..ho perso la voce pe ste cazza e votazion.., e voi non mi chiamate manco a dirmi fratello mio tutto a posto..». Mokbel: «No..t'ha chiamato Paolo...». P: «Eh ma solo Paolo non basta». M: «Ma.. tu non sai che... mo ha chiamato Fini...stamattina, Gianfranco Fini». P: «T'ha chiamato Fini?». M: «Ha chiamato Nicola e l'ha convocato..mo nun se sa quando esce...io sto in ufficio a Roma...pieno de persone». P: «Eh, lo so». «No nun te lo immagini Fra...Ogni promessa è debito. Il primo posto dove Nicola...è giù. a giorni veniamo giù noi».
Interrogatori in carcere. . Ieri mattina, intanto, sono inziati gli interrogatori degli arrestati per la maxitruffa che ha travolto Fastweb e Telekom Sparkle. E con essi sono arrivate le prime ammissioni. A vuotare il sacco sarebbe stato il commercialista, Fabrizio Rubini, che al gip Aldo Morgigni avrebbe confermato il versamento di ingenti somme di denaro sui conti del senatore del Pdl Nicola Di Girolamo. Dopo Rubini è stato sentito Luca Berriola, il finanziere accusato di avere agevolato il rientro dall'estero di un milione mezzo di euro. Gli indagati ascoltati durante la giornata sono stati in tutto quindici, ha detto il Gip lasciando il carcere di Regina Coeli, ma molti si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Tra loro due figure chiave dell'inchiesta, Gennaro Mokbel ed Augusto Murri.
Appoggi e coperture. L'organizzazione di Mokbel, scrive il Gip, godeva di «coperture istituzionali attraverso legami con veri e propri pezzi delle istituzioni e in particolare di appartenenti alle forze dell'ordine che erano in grado di garantire notizie sullo svolgimento delle indagini e di assicurare tempi comodi per la realizzazione delle operazioni illecite, nonché supporto logistico con la funzione di guardaspalle». A servizio del gruppo criminale anche alcuni agenti della Polizia di Stato usati come autisti e vigilantes della gioielleria romana dove l'organizzazione piazzava diamanti. Ma nelle carte viene accertato anche il coinvolgimento di un misterioso «Vecchio» legato alla pubblica amministrazione.
Nar e Magliana. Ma i rapporti di Mokbel erano più ampi. Il gip ricorda il passato nell'eversione di destra e i «contatti diretti» con Francesca Mambro e Giusva Fioravanti che lo stesso Mokbel «si vanta di avere aiutato nell'ottenimento dei benefici penitenziari». Quanto ai legami con Antonio D'Inzillo, «ricercato in campo internazionale ed esponente di rilievo della Banda della Magliana», è significativo per il gip un sms inviato il 14 maggio 2008 da una cabina telefonica pubblica a un cellulare in uso alla moglie Giorgia Ricci dal seguente tenore: «...Mokbel finanzia in Africa la latitanza di A.D'Inzillo».
Ricercati in rientro. Delle 56 ordinanze di custodia cautelare emesse dal tribunale quattro sono ancora da notificare. I quattro irrepribili sono tutti all'estero e tra loro c'è l'ex amministratore delegato di Fastweb, Sivio Scaglia. Il manager ricercato ieri ha comunque fatto sapere di essere pronto al rientro. Dovrebbe arrivare in Italia stamani con un volo privato. «Desidero parlare al più presto con i magistrati per spiegare. Sono tranquillo sul mio operato», ha detto Scaglia che secondo la magistratura, invece, sapeva tutto: «Scaglia era pienamente consapevole del ruolo essenziale assunto da Fastweb all'interno della filiera delle società coinvolte, nonchè dei molteplici ed indebiti benefici percepiti ai danni dello Stato». Anzi sarebbe stato lui ad autorizzare espressamente, si legge nelle duemilaseicento pagine di ordinanza, le operazioni commerciali fittizie.