ROMA Per fortuna, c'è la politica estera a consolare il presidente della Camera, Gianfranco Fini. Tre ore a discutere con la delegazione turca dei problemi legati al loro ingresso nell'Unione europea lo hanno distratto dai problemi che stanno devastando il Pdl. Tuttavia, il suo giudizio rispetto al «partito-Sturmtruppen», per dirla con "Il Secolo" e alla disorganizzazione «pacchiana», che ha portato alla debàcle della presentazione delle liste, non cambia. Il Pdl è il suo partito, ma così come è non gli piace e non lo convince. Ma il suo umore peggiora di fronte alle esternazioni «non richieste» dei vertici pidiellini che, «invece di fare autocritica se la prendono con i magistrati e vaneggiano di complotti». Sotto accusa sono i toni esagerati di certi comizi, le dichiarazioni roboanti, come quella di La Russa, che si è spinto a dichiarare di «essere pronto a tutto se le nostre liste non dovessero essere accettate», anche se dopo ha precisato: «Da coordinatore del Pdl ho il dovere di non rassegnarmi».
Queste rimostranze Fini le ha ripetute ieri alla candidata nel Lazio, Renata Polverini, e al sindaco di Roma, Gianni Alemanno. E la questione liste è stata oggetto di un colloquio riservato con il coordinatore del Pdl Denis Verdini e con il ministro per la Semplificazione, il leghista Roberto Calderoli. A tutti ha spiegato che in questi casi prudenza vorrebbe che si aspettasse con serenità il verdetto dei tribunali. Inutile agitare la piazza e mettere in circolo tanto nervosismo. Non sfugge che gli stessi toni vengono usati in queste ore da Berlusconi. Da parte sua, il presidente della Camera non può che ostentare tranquillità. Tanto che a chi gli ha fatto osservare l'ennesimo attacco del Giornale contro di lui ha risposto con un'alzata di spalle. Come dire, «ormai ci sono abituato». Certo, a suo parere, nel Pdl sarebbe tutto da rifare, anche se, per ora, Fini non ha nessuna intenzione di accentuare la sua presa di distanza dalla gestione del partito. Al momento, la parola d'ordine è serrare le fila e salvare il salvabile. Oggi incontrerà con Berlusconi i parlamentari del Lazio. Si vedrà dopo le elezioni quale sarà il destino del Pdl, se si arriverà a un cambiamento e a una riorganizzazione radicale, o se il progetto sarà riposto nel cassetto.
Ancora una volta, è il direttore della fondazione finiana "Farefuturo" Alessandro Campi, a farsi interprete del pensiero dell'ex leader di An. «Dare la colpa ai radicali o ai magistrati non ha senso- spiega- il Pdl deve prendere quello che è successo come una lezione salutare. Regolamenti e norme di legge non possono essere considerati orpelli. Le regole in democrazia sono sostanza. Si deve avere il coraggio - conclude - di ammettere gli errori che sono stati commessi. Bisognava pensarci prima».
Bersani: mi chiami Berlusconi, chieda scusa e vedremo cosa fare
ROMA - La bocciatura del listino di Roberto Formigoni da parte della Corte d'Appello di Milano è giunta inattesa in casa Pd. Inattesa e non gradita al vertice. Ormai Pier Luigi Bersani pensava di aver trovato la bussola per uscire da questa tempesta «provocata tutta dal Pdl»: di fronte all'esclusione della sola lista di Roma, il Pdl non può che prendersela con se stesso e nessuna sanatoria per via legislativa o politica è immaginabile. Peraltro, ripetono gli uomini di Bersani, chi vuole votare la Polverini può farlo anche senza la lista Pdl.
La quadratura del cerchio è stata però messa in crisi ieri dall'esclusione di Formigoni, del Pdl e della Lega in Lombardia. Da un lato sono impensabili elezioni senza il centrodestra nella Regione più grande d'Italia, dall'altro la stessa vicenda romana rischia ora di finire nel calderone delle irregolarità da sanare. Al Nazareno ieri si diceva che anche le firme mancanti a Milano sono conseguenza di contrasti interni al Pdl, in particolare di una ribellione agli inserimenti dell'ultim'ora nel listino. Filippo Penati l'ha detto e ripetuto. Ma Bersani ieri era piuttosto preoccupato. Anche se spiegava ai suoi: «Al momento non mi ha chiesto niente nessuno, Berlusconi non mi ha telefonato e non sono certo io che devo risolvere un pasticcio provocato da altri». I giuristi consultati, peraltro, continuano a ripetere che decreti-legge non sono possibili: il precedente del 1995, quando il decreto che rinviò di due giorni i termini di presentazione delle liste venne bocciato quasi all'unanimità dal Parlamento con l'argomento che la materia è «indisponibile» al governo, costituisce un vincolo per lo stesso presidente della Repubblica.
Resta però il problema del vulnus democratico. Incassare il vantaggio di Roma senza intaccare il quadro delle altre Regioni, sarebbe il massimo per il Pd. Può darsi che il Tar ripristini questa condizione. Intanto però l'esclusione di Formigoni in Lombardia avvelena il clima e fa crescere la tensione politica. «Per ora Berlusconi non mi ha chiamato» è il ritornello del leader Pd. Potrebbe voler dire che, se lo chiamasse, sarebbe costretto a prendere in considerazione le proposte. La via del decreto per riaprire i termini resterebbe inaccettabile per il Pd, perché pagherebbe chi ha rispettato la legge. La via di una norma ad hoc per il Pdl sarebbe ancora più assurda. Ma, se Berlusconi si assumesse pubblicamente la responsabilità del danno provocato e chiedesse aiuto all'opposizione, allora forse un rinvio delle elezioni in Lombardia potrebbe essere accolto dal Pd. Vincere senza avversario, del resto, non sarebbe una vittoria.