REGIONALI La tentazione del Cavaliere è di contrattaccare Oggi sarà a Roma al fianco di Renata Polverini
ROMA. Dopo un giorno di silenzio carico d'ira, ma anche di incertezze e di incognite, Berlusconi sembra aver rotto gli indugi. Oggi sarà a piazza Farnese a fianco di Renata Polverini. La tentazione è quella di contrattaccare, di evocare la «democrazia a rischio», ma il Cavaliere soffre anche dell'assenza di un nemico certo. Cosa fare? Rovesciare il tavolo e alzare i toni, con il rischio conseguente di alimentare forti tensioni, o mostrarsi responsabili e restare nell'alveo della legge, esponendosi a un clamoroso flop? Per di più davanti a un Napolitano che non trattiene la sua irritazione, e il suo scoramento: «Che pasticcio...».
Sotto la tempesta di brutte notizie che piovono dalle corti d'appello, il Cavaliere sente scricchiolare la sua invincibile armada. E deve decidere fra la via della piazza, o quella della mediazione. Dal Pd, Luciano Violante ieri gli ha teso una mano. Se Berlusconi convocasse i leader dell'opposizione, fa sapere, Bersani e gli altri potrebbero aprire a una via d'uscita, magari con un decreto che faccia slittare la data delle elezioni e che comunque avrebbe bisogno dell'unanimità.
Oggi è in programma anche un incontro di Berlusconi e Fini con la Polverini e i parlamentari del Lazio. La nuova linea dovrebbe venire da qui, per ironia proprio mentre nel Pdl impazza la fronda fra berluscones e finiani. I senatori che lo hanno incontrato ieri sera a Palazzo Grazioli lo dipingono di pessimo umore, ma deciso a reagire duramente. Sa che in ballo non c'è solo il risultato delle regionali, ma anche il rischio di un pericoloso indebolimento della maggioranza di governo.
Poco prima Ignazio La Russa aveva minacciato: «Siamo pronti a tutto». Parole che andrebbero evitate da uno che di mestiere fa il ministro della Difesa. Tanto che Pannella replica duro: «Vorrei ricordare non al paleo-fascista La Russa, ma a me stesso e ai cittadini italiani, che il capo delle Forze armate in Italia è il presidente della Repubblica». Lo scambio la dice lunga sul clima. La Russa poco dopo corregge: volevo dire che «non lasceremo nulla di intentato nei limiti della legalità e della democrazia». Ma il problema vero è che lo stato maggiore del centrodestra in queste ore si guarda attonito, incredulo del danno che è stato capace di autoinfliggersi e senza sapere bene con chi prendersela.
La Lega, con Calderoli, sbotta e borbotta, lancia accuse e minacce nebulose: «O il simbolo della Lega sarà presente dove abbiamo deciso di candidarci o tanto vale non presentarci alle elezioni, perché non sarebbero valide». Ma anche lui sembra non sapere che pesci pigliare. Prima dice di dover sentire Bossi e Berlusconi, poi, dopo averli sentiti, rimanda tutto a oggi. Dal Pdl Fabrizio Cicchitto grida che è «a rischio la democrazia». Il centrodestra stenta però a partire all'attacco. Difficile trovare un nemico. Dal Pd c'è anche chi, come Cacciari, dice che elezioni senza il Pdl sarebbero «inattendibili».
Certo, ce la si può sempre prendere con le toghe rosse, con non meglio identificati complotti. Ma di chi? Decine di liste sono state escluse un po' in tutte le regioni. Non fanno notizia, perché si tratta di liste minori. Dove la Fiamma, dove Forza Nuova, dove liste locali. Ma le ragioni sono sempre le stesse: numero insufficiente di firme, firme non valide, ritardi, documentazione non completa. E allora, come si fa a far valere le regole per alcuni e per altri no? «Regolamenti e norme di legge non possono essere considerati orpelli - avverte Alessandro Campi, direttore della fondazione finiana Farefuturo - si deve avere il coraggio di ammettere gli errori commessi. Bisognava pensarci prima».