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Data: 04/03/2010
Testata giornalistica: Corriere della Sera
Ddl lavoro, sì del Senato a norma arbitrato. Dura l'opposizione, che la ritiene in contrasto con l'art. 18 dello Statuto dei lavoratori

Sacconi: «È in linea con quanto voluto da Marco Biagi». Ichino: «non citi il suo nome». Ddl lavoro, sì del Senato a norma arbitrato

Dura l'opposizione, che la ritiene in contrasto con l'art. 18 dello Statuto dei lavoratori

ROMA - Il Senato ha approvato con 144 si, 106 no e tre astenuti l'articolo 31 del disegno di legge che contiene la norma sull'arbitrato e la conciliazione. Il ddl è stato poi approvato in via definitiva da Palazzo Madama ed è divenuto legge. L'opposizione ha duramente criticato la norma in quanto la ritiene in contrasto all'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, mentre è stata difesa dal ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi: «Questo testo è il frutto di un intenso lavoro parlamentare e ha un origine: l'autore fu Marco Biagi. Questo testo era parte del ddl Biagi che al Senato fu stralciato su richiesta organizzazioni sindacali».

«NON USATE IL NOME DI BIAGI» - Il richiamo al giuslavorista ucciso dalle Brigate Rosse non è piaciuto al Pd. «Abbiamo grande rispetto per Marco Biagi, ma non credo che sia pertinente un richiamo a lui in questo momento. Lasciamo in stare in pace quelli che purtroppo sono morti», ha commentato Tiziano Treu. «Nel ddl Biagi non c'era nessuna delle norme che si vogliono approvare con questo ddl. Non usate il nome di Biagi impropriamente», ha aggiunto Pietro Ichino.

DURI ANCHE I SINDACATI - Il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, si dice contrario e pronto a fare «ricorso se ci sono le condizioni di legittimità costituzionale». «Se ci saranno danni seri non staremo con le mani in mano. La cosa più intelligente è quella di non affrontare questo tema senza discutere prima con le parti», è l'opinione del segretario generale della Uil, Luigi Angeletti. «L'unica cosa da fare è affidare questa materia alle parti sociali», secondo il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni.

NORMA - Con la nuova norma, secondo quanto spiegato in aula dal ministro Sacconi, «in caso di controversia con il datore di lavoro, non solo per i licenziamenti, il lavoratore avrà davanti a sé due strade: adire al giudice ordinario oppure l'arbitrato. L'arbitrato potrà essere applicato solo se il contratto collettivo nazionale di lavoro lo prevederà». Sacconi aggiunge: «L'arbitrato non potrà essere applicato in caso di licenziamenti discriminatori. In questo caso varrà solo la strada del giudice ordinario». Alla domanda se il datore di lavoro potrà imporre la strada dell'arbitrato per i contratti dei nuovi assunti, Sacconi replica: «Solo per i contratti certificati. Servirà un certificatore che attesti la reale volontà delle parti». Ma un giovane pur di strappare l'assunzione accetterebbe qualsiasi cosa?, gli viene chiesto. «Non dobbiamo pensare che il lavoratore sia un minus habens. In ogni modo se le intenzioni del datore di lavoro fossero queste, probabilmente non assumerebbe neppure». Secondo Treu, invece, il lavoratore in pratica viene costretto ad «accettare un accordo secondo cui il proprio contratto di assunzione preveda il ricorso all'arbitrato per risolvere le controversie, incluso il ricorso all'arbitrato secondo equità, che implica la possibilità di bypassare le norme inderogabili di legge e quindi diritti come l'articolo 18 o come le retribuzioni o le ferie. È grave inoltre che un simile accordo può essere stretto anche in corso di rapporto di lavoro». Prosegue Giuseppe Lumia (Pd): «Con questa legge il lavoratore licenziato potrà rivolgersi o al giudice o a un soggetto terzo, ma mentre il primo giudica secondo legge il secondo giudica in base alla sua idea di giustizia. Va a scapito del lavoratore, che potrebbe essere costretto già nel contratto di assunzione ad accettare il ricorso all'arbitrato piuttosto che al giudice».

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