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Pescara, 22/04/2026
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Data: 05/03/2010
Testata giornalistica: Il Messaggero
Bersani: sì a una via d'uscita ma le regole vanno rispettate. Anche Di Pietro boccia il decreto. Casini: serve buon senso, no al rinvio

ROMA _ Lo stop di Bersani arriva da Napoli a una manifestazione per De Luca presente anche Bassolino: «Lo dico chiaro perché si capisca, qualsiasi intervento di urgenza sulla materia elettorale in corso d'opera sarebbe totalmente inaccettabile». Un disco rosso rossissimo a qualsiasi decreto o provvedimento di urgenza volto a sanare il "buco" delle liste Pdl in Lombardia e Lazio, un decreto per il quale in tutta la giornata vari esponenti del centrodestra avevano lavorato cercando di precostituirne le condizioni per ottenere il placet di Giorgio Napolitano. Un decreto che prevedesse lo spostamento della data delle elezioni a metà aprile e magari a maggio, in modo tale da riaprire tutti i termini di presentazione delle liste. No al decreto anche da Udc e Idv, per Di Pietro e Cesa, accomunati per una volta da una parola, il rinvio della data del voto sarebbe un «golpe».
«L'unica cosa a cui siamo contrari è il rinvio del voto», chiarisce Pier Ferdinando Casini: ci mancherebbe solo questo e ci copriremmo definitivamente di ridicolo. Deve prevalere il senso di responsabilità, chiediamo solo che si faccia un piccolo atto di umiltà e si riconoscano gli errori commessi». Porta chiusa dunque a ogni compromesso trattativa soluzione? Bersani si è messo sul terreno di trovare una via d'uscita che salvaguardasse le buone ragioni di chi le liste comunque le ha presentate in tempo e correttamente con quelle altre di una competizione il più possibile ad armi pari. Per tutta la mattinata discreti sondaggi sono stati fatti da parte del Pdl nei confronti del segretario, di Enrico Letta e di Dario Franceschini, e la linea adottata è stata trovata abbastanza facilmente e senza eccessive differenziazioni, una linea riassumibile così: sì a una soluzione, ma senza stravolgere le regole. E soprattutto, sia chiaro, della riammissione di Formigoni e centrodestra in Lombardia si può discutere, ma del Pdl nel Lazio non se ne parla. «L'hanno fatta grossa, hanno fallito, devono pagare un prezzo», arringa Goffredo Bettini a una manifestazione pro Bonino, e ci mette il carico: «Come si può affidare una regione a Polverini e soci che non sono stati in grado neanche di presentare le liste?».
Nel pomeriggio compare a Montecitorio Beppe Fioroni, beve un succo alla buvette e commenta: «Tutto si può fare, fuorché ammettere il Pdl nel Lazio. Ci manca solo che si impacchettano un provvedimento tutto per loro, poi fanno circolare che siamo d'accordo e tutti gridano all'inciucio». Già, l'accordone, anche questo era girato in giornata, scambi, pacchetti di intese sull'asse Milano-Bologna-Roma, disco verde a Formigoni là e altrettanto per votare in primavera a Bologna, costringendo Bersani a sopire troncare: «Non esistono patti o cose simili, è tutto campato per aria».
Dunque? Al Pd si sono prospettate due ipotesi: un decreto, per il quale occorre l'assenso, più che dubbio, del capo dello Stato, oppure una leggina da approvare in 48-72 ore ma per la quale occorrerebbe l'assenso di tutti ma proprio di tutti, radicali compresi. «Non ci piace vincere facile, in Lombardia si rischia un voto farsa, siamo pronti a trovare una soluzione ma senza stravolgere le regole», insiste Paolo Gentiloni.

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