ROMA - Il Quirinale blocca il decreto che Silvio Berlusconi avrebbe voluto per mettere fine al caos delle liste Pdl non ammesse alle regionali. Un'ora di colloquio non basta al premier per convincere il presidente della Repubblica della necessità del provvedimento che vuole rinviare le elezioni o in alternativa fissare nuovi termini per gli adempimenti relativi alla presentazione delle liste. Salta all'ultimo minuto un Cdm per mettere il sigillo al decreto. Quando i ministri arrivano a Palazzo Chigi, vengono informati dell'annullamento.
In un clima di tensione, il premier, che vuole «andare avanti», convoca, poco dopo le 21,30, una improvvisata riunione con Gianni Letta, i ministri La Russa, Maroni e Calderoli (già presenti al Quirinale) e studia le ipotesi per uscire dall'impasse. Si decide di riconvocare per oggi, alle 18, il Cdm, al fine di esaminare un altro decreto (o una "leggina") interpretativo delle attuali norme per la presentazione delle liste, che riguarderebbe, oltre ai casi Lombardia e Lazio, anche il rinnovo del voto comunale a Bologna. Un segnale «bipartisan» al Pd, finora restio a dare il via libera a un provvedimento. Questa mattina potrebbe avere luogo un incontro tra i tecnici del governo e quelli del Quirinale. Denis Verdini, coordinatore Pdl, ha detto: «Al momento non c'è nessuna soluzione, stiamo lavorando».
La giornata a Palazzo Grazioli è stata scandita dai vertici, che si sono susseguiti uno dopo l'altro, senza soluzione di continuità. Dapprima quello con la Lega, due ore di confronto con Umberto Bossi. Ma il faccia a faccia con il Senatùr sarebbe filato liscio, con qualche resistenza. Bossi, poche ore prima, aveva lanciato un ampio segnale di apertura: «Decreto legge? Vedremo. Io ribadisco che troveremo un sistema». E sul sistema di «firme e timbri», Silvio Berlusconi ha ironizzato durante la cena di mercoledì sera, con un gruppo di senatori di Lazio e Campania. «E' ridicolo rimanere esclusi» per una questione burocratica, ha attaccato. Ed ha chiesto spiegazioni circa gli applausi in Senato tributati al senatore dimissionario, Nicola Di Girolamo. «Avrà sbagliato, ma non va messo alla gogna».
Ma è stato ancora più forte nei toni quando ha incontrato lo stato maggiore del Pdl, durante l'Ufficio di presidenza (coordinatori, ministri, vice-ministri, governatori). Si è presentato in tuta da ginnastica, dicendo: «Io non voglio guerre istituzionali, cercherò con il Capo dello Stato di trovare una soluzione». Ma la sintesi del discorso è stata questa: abbiamo subìto un sopruso e ora serve unità. Faremo di tutto per «sanare il vulnus democratico» che per «eccesso di formalismi» impedisce a 15 milioni di italiani di votare liberamente nel Lazio e in Lombardia. Non ha voluto alzare troppo i toni, il momento è delicato.
Allo stato maggiore Pdl il Cavaliere riferisce del decreto legge che può cambiare le sorti del Pdl. «Vinceremo», ha esclamato con tutto l'ottimismo possibile, svanito subito dopo essere salito al Colle. Comunque, ha definito «un sopruso» l'esclusione delle liste, c'è stata un'interpretazione eccessivamente fiscale verso le nostre liste. I nostri non sono incapaci. Ha assolto i dirigenti locali e accusato i giudici. A Roma sono stati troppo fiscali nella chiusura delle porte dei tribunali. Poi una battuta, abbiamo mandato i nostri soldati in Iraq e Afghanistan per garantire il diritto di voto, e a noi impediscono di votare in Italia. Al giuramento dei sottosegretari, tra cui Santanché e Ravetto, viene raggiunto dalla notizia dell'ammissione della lista della Polverini. Non fa battute, deve salire al Quirinale, è preoccupato. Con il ministro Vito, che avrà come sottosegretario la Ravetto, fa una battuta: «La volevi tanto, sarai soddisfatto!».