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Data: 06/03/2010
Testata giornalistica: Il Messaggero
Interpretazioni, rinvii e dietrofront. La road map del pasticcio. La sospensiva permette di votare regolarmente, ma il rischio è dopo

Dotte diatribe fra costituzionalisti e colpi di clava dei partiti: i giorni della passione cercando una via d'uscita

ROMA - Alla fine è arrivato anche il "via libera" di Giorgio Napolitano. Gli uffici del Colle sono stati aperti fino a tarda sera per ricevere il testo del decreto "salva liste" licenziato poche ore prima dal Consiglio dei ministri. La valutazione dello staff giuridico - ovvero la sua conformità al testo frutto di un lungo e puntiglioso braccio di ferro tra il Colle e Palazzo Chigi - era la premessa indispensabile per consentire al capo dello Stato controfirmare il decreto e di renderlo operativo. Il "sì" è giunto al termine di una giornata convulsa, ricca di colpi di scena sul testo del decreto.
«Siamo disponibili a valutarlo». Nel linguaggio diplomatico del Colle - in cui le parole hanno un peso specifico speciale - questa espressione indicava già un cambiamento sostanziale rispetto al fermo "no" di Napolitano a Berlusconi. E nell'ottica quirinalizia la ragione è chiara: è stato il governo a mutare l'approccio verso il "caos liste" rinunciando a presentare un decreto «innovativo» (inaccettabile) e ripiegando piuttosto su un altro «interpretativo».
Ma sarebbe stata sufficiente questa impostazione «opposta e diversa» (come sottolineano al Quirinale) a superare ogni obiezione? «Ci riserviamo di esaminare il testo del decreto con tutte le cautele e le riserve del caso», si limitavano a precisare le fonti del Quirinale poco prima del Cdm, anche se era evidente che se il testo non avesse contenuto clausole "innovative" non sarebbe mancato l'avallo finale - ancorché sofferto - del capo dello Stato.
Nel corso della giornata i contatti, le comunicazioni telefoniche tra il Colle e Palazzo Chigi sono stati sono praticamente ininterrotti. In verità, ci aveva pensato personalmente Gianni Letta, in mattinata, a cercare di mitigare la coltre di gelo che era scesa tra Napolitano e Berlusconi dopo il duro confronto serale di giovedì quando il premier aveva messo sul tavolo il testo del decreto per cambiare le regole della campagna elettorale, incontrando il secco rifiuto del suo interlcutore. Giunto al Quirinale per partecipare alla cerimonia per la giornata nazionale del servizio civile, Letta aveva modo di scambiare qualche battuta con il capo dello Stato anticipando quel cambio di linea che poi avrebbe preso corpo nel pomeriggio. Quindi è toccato allo staff giuridico del Colle (Sechi e D'Ambrosio) mantenere i contatti con Palazzo Chigi per limare quel decreto "interpretativo" e non più "innovativo" delle regole elettorali in termini accettabili - almeno in via di principio - da Napolitano. Bisogna dire che l'iter è stato faticoso e non privo di ulteriori momenti di asperità. Le norme sono state fino all'ultimo oggetto di un estenuante negoziato. E una versione del decreto diffusa dalle agenzie di stampa poco prima dell'inizio del Cdm è stata corretta nel testo definitivo per le ultime obiezioni del Colle. D'altra parte l'esigenza di approvare il decreto ieri sera era dettata dalla necessità di precedere e quindi di influire sulla decisione del Tar sul "caso Formigoni" prevista per oggi.
Il capo dello Stato era consapevole della necessità di superare in qualche modo il "pasticcio" creatosi in Lazio e in Lombardia e non intendeva deflettere dalla sua posizione che occorresse attendere anzitutto il verdetto dei giudici chiamati a decidere sulle specifiche questioni. Tuttavia, Napolitano non poteva non essere preoccupato delle possibili conseguenze politiche di una mancata partecipazione dei due candidati del Pdl alle prossime "regionali".

La sospensiva permette di votare
regolarmente, ma il rischio è dopo

Con una sospensiva si chiede agli enti preposti di soprassedere su eventuali irregolarità nella presentazione delle liste, di "sospendere" blocchi e bocciature, di far quindi svolgere ugualmente le elezioni e solo dopo, con i tempi propri delle varie corti, pronunciarsi sull'ammissibilità o meno delle liste. Può quindi accadere che si voti, si eleggano i rappresentanti, ma dopo alcuni mesi tutto salta per aria per sopravvenuta sentenza negativa. E' accaduto nel Molise nel 2000, contro la giunta guidata da Di Stasi (centrosinistra) fu fatto ricorso perché aveva vinto per 600 voti, il ricorso fu accolto, la giunta decadde in corso d'opera e subentrò Iorio; è accaduto a Messina, quando il ricorso contro l'esclusione della lista "nuovo Psi" che faceva riferimento a De Michelis e formata solo da napoletani fu accolto e il sindaco di centrosinistra Genovese decadde. Ed è successo il mese scorso a Isernia, dove è stato finalmente recepito il ricorso contro la giunta provinciale perché formata solo da uomini (ed è stato respinto il controricorso della giunta «perché presentato da soli uomini»).

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